mercoledì 16 novembre 2011

Governo tecnico o politico?

Il Presidente del Consiglio incaricato Mario Monti

Nella giornata odierna il Presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, scioglierà la riserva dinanzi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e presenterà la sua squadra di Governo, per poi affrontare nei giorni successivi la votazione di fiducia nelle due aule del Parlamento.

Terminerà così una lunga settimana di illazioni, supposizioni e forse anche suggerimenti più o meno velati da parte di questo o quel settore della società sulla scelta dei ministri, ed in particolare sulla presenza di figure di stampo politico nella formazione di Governo.
Nel corso della convulsi giorni seguiti alle dimissioni di Silvio Berlusconi, si può ben dire che l'opinione pubblica e gli stessi organi di informazione abbiano seguito nel tempo tutta la possibile gamma di predisposizioni nei confronti della composizione del Governo, evidenziando di volta in volta questo o quel vantaggio ma di fatto senza arrivare a vere conclusioni su quale possa essere la scelta migliore per l'Italia.

I problemi dell'Italia possono essere riassunti in due parole: debito e sfiducia. La combinazione di questi due fattori è lo spread, ovvero il differenziale di interessi sul debito pubblico rispetto ai paesi virtuosi che dobbiamo sopportare per piazzare i nostri titoli di Stato.
Il primo problema è puramente interno: per decenni l'Italia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, contraendo debiti con il futuro... ed il futuro degli anni '80 è oggi; il secondo problema, che da adito a più o meno fantasiose teorie complottistiche, riguarda invece la credibilità dell'Italia sui mercati internazionali, e - presupponendo che non vi siano decisioni prese in qualche stanza dei bottoni che vogliono vedere l'Italia fallita a prescindere dai suoi comportamenti - questa deve essere conquistata attraverso dimostrazioni di stabilità e credibilità.
Partendo da queti presupposti, e utilizzando come contraltare il precedente Governo Berlusconi IV che non ha saputo fronteggiare nessuna delle due emergenze del Paese, i requisiti che si richiedono al Governo Monti sono principalmente la volontà e la predisposizione a fare le riforme necessarie per ridurre la spesa pubblica e la capacità di tenere fede agli impegni con l'UE.

Naturalmente una simile responsabiiltà non può essere delegata unicamente al potere esecutivo: la struttura istituzionale italiana classifica il nostro Paese come repubblica parlamentare. Ogni legge dovrà essere discussa e approvata in Parlamento, lo stesso Parlamento uscito dalle elezioni del 2008 e che ha condotto il Paese all'attuale situazione.
È tuttavia innegabile che la squadra di Governo fornirà impressioni di prima istanza molto importanti sia sulla serietà e competenza dello stesso, sia sulla volontà e la direzione delle riforme da intraprendere, sia infine sulla capacità delle forze politiche di sostenere l'esecutivo e per quanto tempo.
La diatriba sulla presenza di personalità tecniche o politiche all'interno della squadra di governo è da questo punto di vista assolutamente dirimente.

Al momento delle dimissioni di Berlusconi hanno prevalso, sia nell'opinione pubblica sia presso molti organi di informazione, sentimenti di totale rigetto verso la classe politica nel suo complesso: con Monti incoronato premier in pectore dalla brillante mossa politica di Giorgio Napolitano, le speranze dei più erano rivolte verso un governo di sole personalità tecniche, che escludesse personalità politiche sia per essere in grado di richiedere quei famosi tagli alla casta che vengono ormai trasversalmente considerati necessari, sia per fare in modo che le posizioni dei Ministri non fossero condizionate da logiche di partito.

Il progressivo rafforzamento della posizione di Mario Monti - dovuto anche al repentino calo dello spread nei giorni immediatamente successivi alle dimissioni di Berlusconi - hanno tuttavia iniziato a picconare questa visione.
I commentatori politici hanno progressivamente rivisto l'immagine di un Mario Monti debole, ostaggio dei partiti, per abbracciare quella di un Monti forte; anziché un governo "lacrime e sangue", un governo vincente, in grado di ridare lustro all'immagine dell'Italia all'estero. Inizialmente questo radicale mutamento di scenario non ha avuto impatti sulla diatriba tra governo tecnico e politico, e anzi nell'opinione pubblica era ancora più radicata l'idea di tenere i politici lontani dai posti ministeriali.

Anziché forzare la mano e presentare immediatamente una squadra di Governo, Monti ha tuttavia scelto la via classica e più istituzionale delle consultazioni con i gruppi parlamentari e le parti sociali, iniziando due giorni di incontri che hanno ancora una volta rimescolato le carte in tavola.
Come alcuni giornalisti hanno fatto notare (ad esempio Bracconi su La Repubblica o Gramellini su La Stampa), il bipolarismo italiano targato Porcellum ha prodotto l'esistenza di ventuno gruppi parlamentari, trasformando quindi le consultazioni di Monti in uno stillicidio di incontri con gruppi e gruppuscoli ciascuno dei quali - con la lodevole eccezione dei partiti del Terzo Polo - ha iniziato più o meno velatamente a porre condizioni e paletti al proprio sostegno al nascituro Governo.
Pur in un contesto di generale crisi europea a livello di credibilità in cui l'Italia ha fatto comunque meglio dei suoi partner europei (dall'8 al 15 novembre, in una sola settimana, lo spread del Belgio è passato da 249 punti base a 312, quello francese da 129 a 190, quello spagnolo da 383 a 455, raggiungendo in tutti e tre i casi i massimi dall'entrata in vigore dell'Euro, laddove l'Italia è passata da 496 a 529), la ripresa della salita dello spread nelle giornate del 14 e del 15 novembre ha rimesso fortemente in discussione le sensazioni dell'opinione pubblica.
La generale stima di cui gode il professor Monti, unita ai veti incrociati dei partiti politici e al contemporaneo - anche se non necessariamente correlato - aumento dello spread al di sopra della soglia psicologica dei 500 punti, ha fatto insorgere nei più l'idea che fosse a questo punto preferibile legare indissolubilmente le sorti della politica politicante a quella del Governo Monti, facendo entrare personalità partitiche anche di spicco nella squadra dei Ministri in modo da garantire in qualche modo la tenuta dell'esecutivo.

In pochi giorni, quindi, si è passati da un estremo all'altro, sulla spinta però più di sensazioni mediatiche ed eventi esogeni che di reali considerazioni tecniche. Se si riguardano infatti le motivazioni che spingevano per un governo di sole personalità tecniche piuttosto che per un esecutivo aperto ai partiti, si vede infatti che sono sempre tutte valide. Ciò che è di volta in volta è cambiato è stato il peso assegnato a ciascun pro e contro, a seconda delle reazioni del momento della politica e dei mercati.
Per capire la bontà di una scelta piuttosto che dell'altra non è quindi possibile affidarsi a scenari estemporanei che mutano di giorno in giorno, ma occorre individuare quali possono essere le tendenze in grado di prevalere sul lungo periodo.

L'unico punto realmente consolidato, al momento, riguarda la stima che Mario Monti è riuscito a raccogliere attorno alla propria figura. Tramite uno stile sobrio ed una chiarezza espositiva rari nel mondo politico è stato in grado ad un tempo di risaltare per contrasto rispetto al suo predecessore Berlusconi e contemporaneamente di dare l'impressione di essere un reale "uomo del fare", con idee e programmi precisi.
Anche se il Parlamento ha quindi il potere di sfiduciare Monti in qualsiasi istante, gli impatti previsti sull'opinione pubblica - salvo che la sfiducia arrivi su temi fortemente caratterizzanti un segmento elettorale - sono tali da considerare il potere esecutivo l'elemento forte rispetto a quello legislativo.
La presenza di politici nel Governo, quindi, e soprattutto di politici provenienti dall'attuale esperienza della XVI Legislatura, non pare essere un quid in grado di fornire particolari vantaggi in termini di stabilità e tenuta del governo. Al contrario, l'ingresso di politici nell'esecutivo aprirebbe una irresponsabile ma inevitabile serie di veti e imposizioni in cui ogni partito cercherebbe di accaparrarsi i posti migliori o quelli in cui vede interessi da difendere, per non parlare del fatto che l'apertura a personalità di spicco della ex maggioranza berlusconiana (che dovrebbero necessariamente essere presenti, per bilanciare l'ingresso di politici di opposizione in una sorta di "garanzia" partecipativa) non consentirebbe quel necessario stacco tra passato e futuro che i mercati si attendono dall'Italia.

Ben venga quindi un governo tecnico, sufficientemente svincolato da logiche di partito per essere realmente indipendente e al tempo stesso dotato del sufficiente appeal europeo ma soprattutto nazionale per tenere in scacco i giochetti della politica.

domenica 13 novembre 2011

Momo e il paradosso dell'insalata in busta

Una scena di MOMO ALLA CONQUISTA
DEL TEMPO (2001) di Enzo d'Alò


DISCLAIMER: nell'articolo che segue sono riportati e commentati passaggi del romanzo MOMO (1973) di Michael Ende

Tra i grandi scrittori del XX secolo trova sicuramente un posto d'onore il tedesco Michael Ende, autore del capolavoro del fantastico DIE UNENDLICHE GESCHICHTE del 1979, ma troppo spesso relegato ad un ruolo di autore solo per ragazzi che non rende giustizia alla profondità filosofica spesso profetica delle sue opere.

In termini di stretta aderenza ai generi letterari, in effetti, solo le sue opere più tarde, quali DER SPIEGEL IM SPIEGEL o DAS GEFÄGNIS DER FREIHEIT, possono essere ascritti alla letteratura per adulti; eppure tutte le sue opere nascondono livelli di lettura che, al di là della presunta semplicità della trama o delle tematiche care alla letteratura per ragazzi, le rendono in realtà molto profonde e vivide allegorie della società contemporanea.

Questa dicotomia tra il presunto destinatario dell'opera - bambini e ragazzi - e la profondità della chiave di lettura nascosta dall'autore è particolarmente evidente in MOMO, romanzo del 1973 che, premiato l'anno successivo, preparò la strada al DIE UNENDLICHE GESCHICHTE che consacrò Ende alla fama e al successo.
Tema portante dell'opera è il tempo: una città - senza nome, per poter essere nessuna città e qualsiasi città - subisce la progressiva invasione dei Signori Grigi e della loro Banca del Tempo; i Signori Grigi convincono i cittadini a risparmiare il loro tempo e depositarlo in questa banca, tempo che poi i Signori Grigi usano per perpetuarsi e restare in vita. Solo una bambina, Momo per l'appunto, dalle origini misteriose e rifugiata in un anfiteatro - simbolo di arte e intrattenimento - sarà in grado di sconfiggere gli antagonisti e riportare la normalità nella città.

Dalla lettura del libro risultano particolarmente interessante il modo ed il significato dell'agire dei Signori Grigi; costoro si recano presso i cittadini e li convincono a modificare il proprio modo di agire e rapportarsi con gli altri in maniera da limitare tutti gli sprechi di tempo. Per sprechi di tempo, nell'ottica dei Signori Grigi, si intendono tutti i momenti che distolgono dall'esecuzione meccanica dell'attività lavorativa.
Il tempo così risparmiato, nelle false promesse degli antagonisti del romanzo, verrà immagazzinato nella Banca del Tempo, per essere poi riscosso quando più se ne vorrà fare uso.

Per convincere i cittadini a donare il proprio tempo i Signori Grigi evidenziano, con sottrazioni successive riguardanti le voci più improbabili, come questi non abbiano del tempo a propria disposizione.
Prima che Momo, grazie all'aiuto di Mastro Hora e della tartaruga Cassiopea, risolva la trama del romanzo, quindi, la popolazione della cittadina si è trasformata in un perfetto esempio di nevrotizzante e nevrotizzata società contemporanea, in cui le relazioni sociali ed il gusto nello svolgere le proprie attività sono soffocati da una fretta compulsiva che porta questi vitali dettagli del vivere quotidiano ad essere relegati alla stregua di perdite di tempo.

Né il tempo così risparmiato viene messo a frutto in altre maniere. Come tratteggia magistralmente Ende nel romanzo, la vita delle persone della città diventa progressivamente sempre più vuota e frenetica, in un'ossessione senza fine di risparmio di un tempo che poi in realtà non verrà mai utilizzato.

La critica alla società portata avanti dall'autore è evidente, appena mascherata dai temi adolescenziali del romanzo. Attraverso un simbolismo di facile comprensione, Ende prende di petto i temi del consumismo e della frenesia - sarebbe improprio usare il termine alienazione, per quanto concettualmente si parli proprio di questo - propri dello stile di vita occidentale, e della conseguente perdita di vista della felicità dell'individuo. Felicità che, per Ende, si ritrova nel gusto e nel piacere del coltivare il rapporto con gli altri e nella gioia di eseguire il proprio lavoro. Come in DIE UNENDLICHE GESCHICHTE, Ende esalta il potere salvifico della fantasia e dell'immaginazione: non è un caso che Momo, bambina dalle misteriose origini, esterna alla città quanto i Signori Grigi a esaltare il suo ruolo simbolico, si sia rifugiata in un anfiteatro, simbolo di arte e cultura, ma anche di intrattenimento. E non è un caso che le virtù di Momo - che funzionano anche sui Signori Grigi - siano l'ascolto, la comprensione, l'immedesimazione e una buona dose di fantasia.

Si può ben dire che le tematiche di MOMO siano oggi più attuali che mai, e pervadano ogni livello del vivere comune.
Dalle alte costruzioni filosofiche che descrivono la società contemporanea ai piccoli episodi quotidiani il tempo, forse una delle poche frontiere del potere di controllo dell'uomo, è al tempo stesso oggetto del desiderio e nemico da combattere.
Il progresso tecnologico ci permette di svolgere ogni attività in un tempo minore rispetto al passato, eppure le ore di lavoro settimanali di un impiegato del XXI secolo superano quelle di un cacciatore/raccoglitore dell'epoca preistorica. Proprio questa discrasia tra le offerte della tecnologia ed i vantaggi che l'uomo poi ne riceve effettivamente costituisce la forza della visione di Ende: la continua evoluzione del nostro stile di vita non ci ha condotti in alcun modo ad un miglioramento - in termini esistenziali - della qualità della nostra vita e del nostro tasso di felicità.
E ci ritroviamo quindi in continua balia dei nostri personali Signori Grigi, sotto forma di continui modi per risparmiare tempo, modi che sfiorano quasi il grottesco ma che possono consentirci di far scattare nelle nostre teste un doveroso campanello di allarme.

Preparare un'insalata è un'operazione che richiede pochi minuti: lavare le foglie di insalata, tagliarle, condirle. Molto semplice, molto rapido. Eppure stanno avendo grande successo, in Italia e non solo, le confezioni di insalata già tagliata e spesso anche prelavata; semplici buste in cui le foglie di insalata sono state affettate e lavate prima di essere chiuse sotto vuoto. Esclusi ovviamente casi di necessità sporadici che possono condurre all'acquisto di un simile prodotto, e restringendo quindi il ragionamento ai casi in cui è la semplice comodità dell'utilizzo a guidare nella compera, una semplice analisi monetaria e qualitativa potrebbe portare facilmente a evidenziare l'assurdità di questa tipologia di prodotti.
Il risparmio realmente offerto, in termini di tempo, si aggira ragionevolmente attorno ai cinque minuti, trecento secondi. Un risparmio di tempo tutto sommato esiguo: un dodicesimo di ora, un duecentoottantesimo di giorno. Eppure un risparmio temporale pagato caro e salato: il costo di una busta di insalata pretagliata e prelavata si aggira intorno agli 11 €/kg, laddove l'insalata a ciuffi costa poco più di 1 €/kg. Paghiamo quindi senza battere ciglio circa 10 € un risparmio di cinque minuti, ovvero 120 € l'ora, che poi è una tariffa paragonabile al costo di una visita specialistica!
L'esempio, sebbene eclatante, è soltanto uno e forse non il più paradossale delle moderne logiche del mercato, in cui la creazione di nuovi bisogni procede di pari passo con la soluzione per affrontarli allo scopo di creare artificiosamente tassi alti di domanda sul mercato.

Per quanto non molti afferrino immediatamente il reale significato economico di scelte di acquisto spesso compiute sul momento e senza una adeguata valutazione delle conseguenze, vi è chi potrebbe ribattere che in fondo il tempo non ha prezzo, che avere a disposizione più tempo vale qualsiasi spesa.
Tale obiezione non fa però che scontrarsi con la realtà, e non denota altro che il prostrarsi definitivo alla logica dei Signori Grigi: in termini generali, infatti, il risparmio temporale non conduce necessariamente ad un miglioramento della qualità della vita, in quanto non garantisce su come verrà utilizzato il tempo così risparmiato, tempo che in effetti molto spesso viene a sua volta sprecato in attività di semplice riempitivo, frustranti perché non si riescono a completare e che richiedono quindi ulteriori risparmi di tempo. In un continuo circolo vizioso.

L'origine esogena di Momo, nell'omonimo romanzo, rispetto ai cittadini, potrebbe indurre all'erronea convinzione di attendere un rivoluzionario, un rinnovatore, un messia che consenta di spezzare quello che sembra ormai essere un radicato modo di vita. Nel romanzo, tuttavia, anche i Signori Grigi sono esterni alla città; forse un modo per dire che anche il problema è esterno a noi? Nulla di più errato. Se esiste una forza sociale potenzialmente autodistruttiva fatta di bisogni ingenerati e rincorse frenetiche è perché vi è chi vi si assoggetta, chi vi si piega e anche chi tenta di cavalcarla. Sono forze probabilmente al di là del pensiero cosciente, che si possono intuire senza afferrarle appieno, e nella medesima chiave di lettura deve essere intesa la figura di Momo.
Spetta quindi a ciascuno di noi, al proprio interno, trovare la forza di operare quel necessario cambio di paradigma che possa mettere al primo posto la felicità dell'individuo e la qualità della vita. Ed il primo passo consiste proprio nel sapere - anche tramite un approccio più immaginifico alla vita - come rivalutare il proprio tempo.
Affettare un ciuffo d'insalata, lavarlo, condirlo non è una mera azione meccanica volta al sostentamento. Si tratta invece di un - pur semplice - processo creativo, in cui un vegetale viene trasformato in una - pur altrettanto semplice - portata. Ritrovare il gusto per simili azioni implica un cambio di mentalità estremamente complesso, che rimette in discussioni scale di valori assodate e quindi deve essere frutto di un processo di maturazione interna. Si può cambiare reazione ad un evento da un momento all'altro, ma non si può farsi piacere qualcosa che prima non piaceva se non attraverso una reale conversione.

L'insegnamento della misteriosa Momo ci ricorda quindi che la cura e la difesa della nostra felicità passa in realtà solo da noi e dalle nostre convinzioni, e che noi stessi dobbiamo trovare il coraggio di mettere in pratica quei piccoli gesti quotidiani che - tutti assieme - rivoluzionerebbero la società. Magari iniziando ad affettare di persona l'insalata.

mercoledì 9 novembre 2011

Il colpo di coda del Caimano

Locandina del film IL CAIMANO (2006)

La votazione dell'8 novembre sul rendiconto finanziario dello Stato rischia di essere un terremoto in grado di scrivere la parola fine sulla II Repubblica e sulla figura politica di Silvio Berlusconi, l'uomo che ha dominato la scena italiana per ormai quasi un ventennio.

Con soli 308 voti a favore in una Camera dei Deputati completamente piena, la maggioranza parlamentare a sostegno del Governo si è trovata ben al di sotto della maggioranza assoluta necessaria per controllare l'Aula, evidenziando quindi un'impotenza politica - per usare le parole del segretario del PD Pierluigi Bersani - che ha condannato e sta condannado il Paese a un immobilismo legislativo di fatto.

Lo stesso Presidente del Consiglio pare aver tratto dal voto la conclusione del naufragio della sua maggioranza, e in un appuntamento al Quirinale ha dichiarato, in forma anche piuttosto irrituale, le proprie dimissioni a valle dell'approvazione della legge di stabilità economica, calendarizzata per la fine del mese di novembre e prevista in ogni caso entro la fine dell'anno.

Giornali e blog si sono scatenati nel celebrare la fine del berlusconismo, con prime pagine a tratti sensazionalistiche, ma a tutti gli effetti veramente avventate in questo momento del dibattito politico.

Prime pagine dei quotidiani
09/11/2011

L'enormità del concetto di dimissioni associato alla figura del Presidente Berlusconi ha occupato le prime pagine dei quotidiani, che però non hanno saputo approfondire né il modo in cui queste dimissioni potranno giungere a maturazione né gli scenari che si prospettano per il futuro, scenari che potrebbero vedere il Cavaliere ancora protagonista e mattatore della politica italiana.

La scelta che le opposizioni hanno preso di non votare per il rendiconto dello Stato, seppure ammantata di una coltre di parole sulla responsabilità istituzionale e sulla necessità di far passare un simile provvedimento, è in realtà una mossa che presenta connotazioni squisitamente politiche.
Omologando infatti il voto delle opposizioni a quello dei malpancisti della maggioranza, si è venuto a creare un blocco numerico di 321 astensioni (di cui 320 dettate dal non voto e una reale) che in realtà non corrisponde ad un vero voto politico.
Se vi fosse stata una mozione di sfiducia, è possibile supporre che tale cifra sarebbe stata raggiunta? Quante sarebbero state le astensioni e quanti i voti contrari? I voti contrari alla fiducia sarebbero stati almeno i 308 raggranellati dalla maggioranza?
Il voto dell'8 novembre prova che Berlusconi sia ormai alla guida di un Governo di minoranza, ma non è assolutamente in grado di dimostrare che il Cavaliere non abbia più la maggioranza relativa della Camera dei Deputati.

Berlusconi non è quindi stato formalmente sfiduciato e non ci sono nemmeno i presupposti per affermare che una mozione di sfiducia possa essere in grado di far cadere il Governo.

L'annuncio di queste dimissioni, non formalmente dovute e neppure così scontate alla vigilia, deve quindi essere letto per quello che è: una scelta da parte di Berlusconi. E trattandosi di una scelta, è lecito pensare che vi possano essere motivazioni alle spalle che ne giustifichino la bontà e l'avvedutezza politica.

Il primo punto da tenere in considerazione sono proprio i paletti messi dal premier, ovvero le dimissioni a valle della legge di bilancio. Dal dibattito politico sulle dimissioni sono spariti i riferimenti alla situazioni giudiziaria del Presidente del Consiglio, ma non bisogna dimenticare quella bomba ad orologieria che è il Processo Mills, che si sta avvicinando alla sentena di primo grado, mentre è in attesa di partire anche il processo Ruby. Che cosa ci si dovrà aspettare, quindi, nel maxi-emendamento che sarà presentato nella serata del 9 novembre al Senato?
Se si scorrono le bozze dei lavori preparatori al Consiglio dei Ministri del 24 ottobre (quello che avrebbe dovuto licenziare il decreto sviluppo, se le votazioni alla Camera avessero avuto esito differente) si scopre la legge ad personam post mortem per l'abolizione della legittima successione e si scoprono i condoni. E poiché già più volte in passato il PdL ha cercato di inserire in norme di politica economica provvedimenti sulle intercettazioni e sulla prescrizione, è lecito attendersi colpi di coda di questo genere nel nuovo provvedimento. Uniti a provvedimenti di macelleria sociale come una nuova riforma delle pensioni e la norma sui licenziamenti facili.
Berlusconi, sostanzialmente, potrebbe far pagare un prezzo salatissimo per il suo farsi da parte, salvacondotti giudiziari che lo mettano una volta per tutte al di fuori della portata della magistratura, riuscendo da dimissionario a fare quello che non gli era mai riuscito da Presidente del Consiglio.

Ma la vera beffa è che il destino politico di Berlusconi non è, in realtà, ancora segnato. Berlusconi e Bossi, si sa, vogliono andare subito alle urne; eppure è preciso dovere del Presidente della Repubblica individuare l'esistenza di maggioranze alternative prima di sciogliere le Camere e ridare la parola ai cittadini, e in realtà non tutti gli scenari possibili sono sfavorevoli al Cavaliere.
Le elezioni immediate, in effetti, paiono proprio essere lo scenario meno favorevole per Berlusconi, malgrado la sua dichiarata preferenza per questa strada: i sondaggi danno PdL e Lega su valori molto bassi, con un Nuovo Ulivo oltre otto punti avanti. Malgrado l'abilità del premier nel condurre le campagne elettorali l'unico appiglio che Berlusconi, le argomentazioni del Cavaliere in questo frangente suonerebbero assai fiacche e poco convincenti. Puntare il dito - come sempre - su alleati infedeli che impediscono l'attuazione del programma di Governo, oppure evocare la paura del partito delle tasse e della spesa pubblica suonano infatti argomentazioni trite e ritrite, in particolar modo dopo le mancate promesse di risparmi fiscali dell'Esecutivo. Sicuramente Berlusconi deve essere consapevole della sua oggettiva debolezza in una competizione elettorale immediata o a breve termine (gennaio 2012), e la sua invocazione alle urne suona piuttosto come uno slogan pubblicitario nel caso in cui si verifichi lo scenario opposto, ovvero il cosiddetto governo tecnico.
Proprio il governo tecnico, infatti, sarebbe un'opzione davvero vantaggiosa per il Cavaliere. Un esecutivo guidato, ad esempio, da Mario Monti con il sostegno delle forze oggi di opposizione più i malpancisti della maggioranza sarebbe un facile bersaglio per la campagna elettorale di Berlusconi. Le condizioni del nostro bilancio sono tali da richiedere misure durissime, misure contro cui - abbandonando il fair play istituzionale che la situazione richiederebbe e che infatti oggi il PdL richiede all'opposizione - Berlusconi potrebbe scagliarsi con tutta la forza del suo impero mediatico. Avrebbe vita facile Berlusconi a infierire su un esecutivo costretto a imporre nuove tasse, o a far digerire all'Italia la stessa amara medicina toccata alla Grecia. Per non parlare, inoltre, del fatto che un nuovo esecutivo tecnico soffrirebbe della medesima debolezza di quello attuale: sarebbe tremendamente fragile, in balia degli Scilipoti di turno, costretto a negoziare con posti e prebende la fedeltà dei singoli cani sciolti. E infine, naturalmente, c'è la scommessa della possibilità di reali convergenze tra partiti eterogenei come FLI, UdC, PD e IdV su temi di ampia rilevanza sociale. Comodamente all'opposizione, Berlusconi potrebbe assistere tranquillo al disfacimento di un qualsiasi esecutivo tecnico e preparare il proprio ritorno in grande stile, una volta cambiata ancora una volta la marea a colpi di riforme lacrime e sangue.

Un salvacondotto subito ed un rientro da vincitore domani. Ecco la grandiosa scommessa del Cavaliere, una scommessa azzardata, forse fatale, ma che Berlusconi sta giocando con la consueta maestria, facendo danzare alla sua musica amici e avversari. Mentre l'Italia va alla deriva.
Allora, se esecutivo di transizione deve essere, che faccia la riforma elettorale, che avvi almeno in prima lettura le riforme costituzionali promesse da Berlusconi sull'abolizione delle province ed il dimezzamento dei parlamentari, e che si ritorni poi subito alle urne. Il destino del Paese deve poter essere separato da quello dei suoi cittadini, persino di un simile cittadino; l'Italia ha bisogno di una maggioranza forte e coesa - di destra, di centro o di sinistra - in grado di poterla guidare al di fuori della tempesta, dotata di credibilità e soprattutto di senso dello Stato.
E neutralizzare il Caimano e suoi colpi di coda è condizione imprescindibile affinché questo possa realizzarsi.

lunedì 7 novembre 2011

Voto di fiducia, ecco la situazione di partenza

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (PdL)

Siamo alla resa dei conti?

La votazione sulla fiducia al Governo calendarizzata alla Camera dei Deputati per il giorno 8 novembre riporta al clima del dicembre 2010, quando fino all'ultimo momento sembrava che Berlusconi potesse cadere sotto i colpi delle defezioni dei finiani e finì invece rocambolescamente al di sopra della linea di galleggiamento per appena tre voti.
Questa volta però da più fonti vicine al premier si parla di vero epilogo, ultimo Giuliano Ferrara dalle colonne virtuali dell'edizione on-line de Il Foglio; malgrado le smentite di Berlusconi, è difficile non cogliere nel terremoto che ha colpito i gruppi parlamentari di maggioranza l'inizio della fine per il Governo Berlusconi IV.

Proprio gli ultimi passaggi da un gruppo all'altro possono essere determinanti per comprendere le reali speranze della tenuta di Berlusconi nell'imminente votazione alla Camera.
Lo schema che segue mostra l'evoluzione dei gruppi parlamentari non appena insediato il Governo, nel corso della votazione del 14 dicembre 2010 e allo stato attuale.

Evoluzione della composizione dei gruppi
della Camera dei Deputati

Il primo dato che emerge con prepotenza dai numeri della tabella è una mezza doccia fredda per chi spera nella caduta del Governo: il 14 dicembre 2010 i gruppi che sostenevano apertamente la maggioranza parlamentare contavano nelle proprie fila 294 elementi, e Berlusconi si salvò con 314 voti. Oggi, malgrado la continua emorragia nel PdL (a cui è da aggiungere l'ulteriore defezione di Gabriella Carlucci non ancora registrata dal sito della Camera dei Deputati), i tre gruppi che compongono la maggioranza parlamentare riescono ad arrivare a 300 deputati.
Rispetto a dicembre 2010, quindi, la soluzione sembra apparentemente migliore - almeno dal punto di vista numerico - per Silvio Berlusconi.

Vi sono tuttavia alcune considerazioni che portano a modificare questo primo impatto puramente visivo.
In primo luogo non si può tralasciare il fatto che nella votazione del 14 ottobre 2010 quattro deputati di FLI votarono in disarmonia le indicazioni del proprio gruppo, in tre casi votando a favore della fiducia a Berlusconi e in uno assentandosi direttamente dalla votazione. I quattro deputati coinvolti (Catone, Polidori, Siliquini da un lato, e Moffa dall'altro) hanno in effetti poi cambiato tutti gruppo, passando a PT e quindi nella maggioranza.
Rispetto alla votazione del 14 dicembre 2010 le acquisizioni de facto da parte della maggioranza sono quindi state solo due, e non sei.

Supponendo, in una disquisizione puramente ipotetica, che in questa votazione non vi saranno voti ribelli rispetto alle indicazioni dei gruppi parlamentari, e che non vi siano assenti o astensioni, i voti dichiarati sarebbero 300 per la maggioranza e 290 per l'opposizione (già non conteggiando il Presidente della Camera Gianfranco Fini). Dalla maggioranza è poi necessario togliere il PdL Papa, ai domiciliari. Quindi 299 a 290.
Nessuna delle due forze è in grado di raggiungere la quota 316 necessaria per il raggiungimento della maggioranza assoluta, e diventa pertanto necessario studiare la composizione del foltissimo gruppo misto, ben trentanove elementi così ripartiti:
  • 5 - Alleanza per l'Italia (Lanzillotta, Mosella, Pisicchio, Tabacci, Vernetti)
  • 3 - Liberaldemocratici - MAIE (La Malfa, Melchiorre, Tanoni)
  • 3 - Minoranze linguistiche (Brugger, Nicco, Zeller)
  • 4 - Movimento per le Autonomie - Alleati per il Sud (Commercio, Lo Monte, Lombardo, Oliveri
  • 3 - Repubblicani - Azionisti (Misiti, Nucara, Pepe)
  • 21 - Non iscritti ad alcun gruppo (Barbareschi, Belcastro, Buonfiglio, Fallica, Gaglione, Giulietti, Grimaldi, Iannacone, Iapicca, Mannino, Micciché, Pittelli, Porfidia, Pugliese, Ronchi, Sardelli, Scalia, Stagno D'Alcontres, Terranova, Urso, Versace)
A dicembre 2010 hanno votato contro la fiducia a Berlusconi l'ApI, i liberaldemocratici e l'MpA, mentre il gruppo delle minoranze linguistiche si è spaccato in due astensioni e un voto contro la fiducia. In quanto ai Repubblicani, Misiti aveva votato contro la fiducia, mentre Nucara e Pepe, all'epoca nel PdL, a favore.
Considerato il posto di viceministro recentemente offerto da Berlusconi a Misiti, si può ipotizzare un voto analogo a quanto visto nel 2010 con l'incognita dei deputati del Trentino - che potrebbero votare per disarcionare Berlusconi - ed il voto favorevole di Misiti.
Le quote di maggioranza e opposizione passerebbero quindi rispettivamente a 302 e 305 (oppure 302 a 303 pari supponendo l'astensione dei deputati trentini).

Ancora nessuna forza riesce a raggiungere la maggioranza assoluta, e pertanto occorre indagare una volta per tutte nel mare magnum dei deputati senza gruppo, quei cani sciolti che possono scrivere la parola fine all'esperienza del governo Berlusconi oppure mantenerlo ancora in vita.
Di questi 21, solo 5 votarono contro la fiducia contro i 15 che votarono a favore del Governo e l'unico assente, ma ben più importante di questo fattore è la provenienza di questi deputati.
In assenza di dichiarazioni che - si sa - puntano al gioco al rilancio e alla sensazionalità, può essere un buon modello assegnare un voto contrario alla fiducia per i parlamentarei fuoriusciti da forze di maggioranza, favorevole alla fiducia per coloro che provengono da forze di opposizione, ed il mantenimento del voto dell'anno scorso per i parlamentari già appartenenti al Misto.
In questo scenario avremmo quindi:
  • 1 astenuto/assente (Gaglione)
  • 10 contrari alla fiducia (Fallica, Giulietti, Grimaldi, Iapicca, Micciché, Pittelli, Pugliese, Stagno D'Alcontres, Terranova, Versace)
  • 10 favorevoli alla fiducia (Barbareschi, Belcastro, Buonfiglio, Iannacone, Mannino, Porfidia, Ronchi, Sardelli, Scalia, Urso)
In realtà questo scenario pare essere troppo conservativo in favore di Berlusconi, dal momento che prevedere il rientro di così tanti voti da FLI sembra esagerato, mentre in casa PdL e PT vi sono diversi mal di pancia che potrebbero compromettere l'unità di questi gruppi parlamentari.
Uno scenario comunque cautelativo, di equilibrio estremo, che provocherebbe la caduta del Governo per un solo voto (o per tre voti in caso di partecipazione attiva dei deputati trentini).
In tutto questo, dove il risultato si gioca sul filo del singolo voto, la goccia che potrebbe far traboccare il vaso è proprio il passaggio di Gabriella Carlucci dal PdL all'UdC, che sposterebbe un ulteriore voto, forse quello risolutivo, dalla maggioranza all'opposizione.
D'altro canto, non sono un mistero le trattative di Berlusconi con la delegazione radicale in Parlamento, un pacchetto di ben sei voti che potrebbe ribaltare le sorti della votazione: pur eletti nelle fila del PD, i militanti del partito di Marco Pannella non hanno mai fatto mistero di flirtare politicamente con il Presidente del Consiglio, ed il loro atteggiamento nelle ultime votazioni lascia pensare che Berlusconi possa avere proprio in loro la sua arma segreta.

Quel che è certo è che la maggioranza assomiglia sempre di più a quella che Prodi aveva in Senato nella scorsa legislatura: un Governo numerico con poche possibilità di governare davvero, appeso ai ricatti dei cani sciolti e alle prebende distribuite dal Presidente del Consiglio in forma di rimpasti e incarichi ministeriali, un Governo sonoramente bocciato per il proprio immobilismo dai mercati e dalle istituzioni internazionali.
Il contrappasso rispetto alle promesse del "governo del fare" suona quantomai doloroso.

sabato 5 novembre 2011

Greenpeace attacca i test sulle centrali nucleari

Logo dell'ENSREG

Dopo l'incidente alla centrale nucleare di Fukushima che ha sconvolto il Giappone l'Unione Europea aveva chiesto ai Paesi membri di avviare una serie di stress test sui 143 reattori in quel momento attivi all'interno dei propri confini (ridotti a 134 secondo i dati aggiornati al 21 ottobre 2011 della World Nuclear Association).
La ripartizione dei reattori, sempre dai dati della WNA, mostra:
  • 58 - Francia
  • 18 - Regno Unito
  • 10 - Svezia
  • 9 - Germania
  • 8 - Spagna
  • 7 - Belgio
  • 6 - Repubblica Ceca
  • 4 - Finlandia, Slovacchia, Ungheria
  • 2 - Bulgaria, Romania
  • 1 - Paesi Bassi, Slovenia
Il compito di approntare le test rules è stato affidato all'ENSREG (European Nuclear Safety Regulation Group), che ha stilato un documento di specifiche estremamente dettagliato, in cui venivano prese in considerazione evenienze che spaziavano dai terremoti alle alluvioni agli attacchi terroristici fino a interruzioni prolungate di energia elettrica.
Nel documento sono anche contenute le scadenze previste per la presentazione dei risultati degli stress test:
  • 15 agosto 2011 - Bozza del rapporto a livello di singola centrale
  • 15 settembre 2011 - Bozza del rapporto a livello nazionale
  • 31 ottobre 2011 - Versione definitiva del rapporto a livello di singola centrale
  • 31 dicembre 2011 - Versione definitiva del rapporto a livello nazionale
  • 30 aprile 2012 - Peer review
Al momento, quindi, sono pienamente disponibili sul sito dell'ENSREG i draft dei report nazionali, mentre iniziano ad affluire i report definitivi a livello delle singole centrali.

L'evoluzione ed il monitoraggio degli stress test sono stati seguiti con attenzione dalla ONG ambientalista Greenpeace che, non appena raccolti i draft dei report nazionali non ha mancato di sollevare le proprie critiche sulla conduzione dei test e sulla compilazione del report, corredata da una mappa interattiva costruita tramite l'applicativo Google Maps.

Le carenze evidenziate da Greenpeace si pongono su due livelli.
In primo luogo, denuncia l'organizzazione, quanto finora consegnato dai quindici Paesi nuclearizzati (i quattordici della lista del WNA più la Lituania) della UE tralascia alcune situazioni che proprio il disastro di Fukushima impedisce di bollare come casistiche puramente teoriche: in molti report mancano, per alcune o per tutte le centrali, le simulazioni relative a malfunzionamenti contemporanei in più reattori - esattamente quanto avvenuto in Giappone - nonché quelle relative a casi di impatti aerei analoghi agli attentati al World Trade Center dell'11 settembre 2001.
Inoltre, riporta sempre Greenpeace, i report non sono corredati dalle necessarie informazioni relative all'evacuazione dei centri abitati circostanti le centrali e non è stato tenuto in debito conto l'invecchiamento dei reattori, ovvero le simulazioni sono state effettuate utilizando i parametri "di listino" senza tenere conto del deterioramento e dell'usura a cui sono sottoposti i componenti della centrale nucleare.

La seconda critica è tuttavia ancora più significativa: Greenpeace punta infatti il dito contro le profonde diversità che sistematicamente si riscontrano da uno Stato all'altro. Vengono evidenziati, a mo' di esempio, due casi particolarmente significativi: il reporto della Repubblica Ceca impiega infatti appena 7 pagine - meno delle specifiche stesse fornite dall'ENSREG! - per sei reattori, laddove la Slovenia è stata in grado di produrre un documento di 167 pagine per le simulazioni sull'unico reattore costruito sul suo territorio nazionale. Una discrepanza enorme, che tuttavia - puntualizza Greenpeace - serpeggia in tutta la UE secondo precise dinamiche: sarebbero infatti i Paesi in cui lo Stato non è direttamente il controllore delle centrali nucleari quelli ad aver condotto fino a questo momento i test più rigorosi. Oltre al caso della Slovenia, viene infatti citato come report di alta qualità quello francese, per inciso lo Stato con il maggior numero di reattori sul proprio territorio e potenzialmente quindi quello con il compito più complesso in fase di compilazione.
Al contrario vengono indicati come estremamente lacunosi i documenti prodotti da Regno Unito e Svezia.

Malgrado le rassicurazioni della UE nelle parole di Marlene Holzner, portavoce del Commissario all’Energia Günther Oettinger, che fanno notare come i dati siano ancora ampiamente parziali, le differenze emerse tra i vari Paesi possono sollevare alcuni legittimi dubbi non già sulla bontà delle test rules proposte, quanto su quella delle simulazioni realmente effettuate, e sugli eventuali interessi che si possono celare nei silenzi e nelle omissioni.
I differenti risultati ottenuti tra un Paese e l'altro, infatti, permettono non solo di evidenziare quanto dovrebbe essere ovvio, ovvero che quando un controllore controlla sé stesso è difficile che lo possa fare con il giusto approfondimento e la necessaria imparzialità, ma anche che, come hanno dimostrato la Slovenia e soprattutto la Francia, la compilazione di report di qualità era tecnicamente possibile nei tempi previsti dalla UE anche in questa fase di avanzamento.

Diventa quindi legittimo iniziare a sospettare delle lacune, pur concedendo il beneficio del dubbio e tenendo conto che il controllo finale dovrà essere fatto sui dati che saranno pubblicati a dicembre, proprio tenendo conto della fattibilità tecnica delle operazioni e della correlazione tra l'incompletezza delle relazioni ed il rapporto tra ente controllante e gestore delle centrali.
Il sospetto che emerge è che molti particolari siano stati volontariamente taciuti ed omessi proprio per non dover mettere nero su bianco le gravi lacune in termini di sicurezza di molte centrali europee.

Greenpeace sfrutta questo ragionamento per portare argomentazioni alla sua campagna contro l'energia nucleare nel suo complesso, facendone risaltare le pecche in materia di protezione della popolazione in caso di eventi catastrofici naturali o artificiali; ben più importante, tuttavia, è valutare l'atteggiamento della UE e delle successive peer review: è infatti evidente ad esempio che le relazioni della Repubblica Ceca, se non dovessero modificarsi nella versione dicembrina, sarebbero del tutto insufficienti comparate con quelle della Slovenia, e la UE non può e non dovrebbe in quel caso ritenere gli stress test superati.
Prima ancora che costituire una valutazione sulla sicurezza dell'energia nucleare in Europa, questi test permetteranno di comprendere l'atteggiamento delle autorità europee verso il business dell'atomo e capire se questa procedura di stress test avrà un reale valore conoscitivo e operativo sul futuro energetico del continente oppure sarà stata solo un proforma per calmare gli animi della popolazione dopo Fukushima e l'ennesima prova di inconsistenza politica dell'Europa unita.

lunedì 31 ottobre 2011

Ecco cosa Berlusconi ha promesso alla UE

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy

Mercoledì 26 ottobre il Governo della Repubblica Italiana ha fatto pervenire a Bruxelles, alle istituzioni europee, una lettera di intenti relativa alle riforme in tema di sviluppo e contenimento della spesa pubblica che il nostro Paese intende mettere in campo per ritrovare quella fiducia dei mercati necessaria per bloccare gli attacchi speculativi di cui siamo ripetutamente vittima ormai da diverso tempo.

L'esigenza della lettera nasce in prima battuta dal continuo rinvio della presentazione delle misure in tema di sviluppo economico, previste per la metà del mese di ottobre ma non ancora presentate in Consiglio dei Ministri né tantomeno al Parlamento.
I leader delle principali economie dell'area Euro, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, hanno letteralmente imposto un ultimatum al Governo fissando appunto nella giornata di mercoledì 26 la data ultima per la definizione delle misure per la crescita, in una conferenza stampa passata tuttavia agli onori della cronaca per lo sketch sull fiducia che l'Europa ripone nel Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.




La semplice risposta delle autorità italiane sotto forma di lettera di intenti ha dimostrato una volta di più le difficoltà politiche del governo e della maggioranza di arrivare a formulazioni chiare e concrete delle necessarie misure in tema di sviluppo, mantenendo l'agitazione dei mercati e contribuendo al mancato abbassamento dello spread nel confronto con i bund tedeschi.

Spread di Belgio, Francia, Irlanda, Italia e Spagna
(settembre - ottobre 2011)

La particolare scelta del tipo di documento di inviare alla UE permette tuttavia di avere un documento di tipo programmatico da parte del Governo che consente di delineare quali dovrebbero essere le scelte politiche dell'esecutivo nella restante parte della legislatura, oltre ad un confronto con le dichiarazioni e le leggi messe in campo in passato.

La lettera è strutturata in un preambolo e quattro punti chiave piuttosto strutturati, ben suddivisi per argomenti chiave; si nota una maggiore organizzazione e chiarezza rispetto ad altri documento di matrice berlusconiana, probabilmente a causa sia del destinatario (i tecnici della UE anziché i parlamentari italiani o i simpatizzanti del PdL) sia a causa del fatto che il testo è stato pensato per essere letto e non per essere ascoltato.

L'introduzione offre una sorta di contestualizzazione delle ragioni per cui sarà necessario introdurre le misure sullo sviluppo, fornendo da un lato le indicazioni dei saldi delle manovre fino a qui approvate, e dall'altro evidenziando quasi in tono di autodifesa come i nostri problemi economici non siano nuovi, ma siano sempre gli stessi calati in un contesto differente.
Una simile puntualizzazione, tuttavia, è da rimarcare in quanto costitusce solo il primo dei passaggi in cui Berlusconi ed il Governo cercano di evitare qualsiasi responsabilità nella gestione dell'economia italiana negli anni della crisi internazionale: precisare che il nostro modello economico non era e non è adatto a sopportare una crisi economica della portata di quella attuale non è infatti rilevante ai fini delle riforme da mettere in atto, ma mette l'attuale esecutivo in una linea di continuità ed equivalenza con i precedenti, paradossalmente cancellando le responsabiltà dovute all'aver prima negato e minimizzato la crisi, e poi annunciato trionfalmente la ripresa della nostra economia senza che i dati suffragassero simili percezioni.
Al tempo stesso suona piuttosto vuota la rivendicazione di una crescita del debito rispetto al PIL migliore di quella degli altri Stati: la situazione italiana è talmente vicina al punto di rottura da rendere anche minimi peggioramenti molto più critici rispetto a peggiormamenti molto più grandi da parte degli altri Paesi.

La prima parte della lettera, intitolata "I fondamentali dell'economia", illustra l'andamento di alcuni indicatori economici del Paese allo scopo di confrontarli con quelli degli altri Paesi d'Europa.
L'apertura è assolutamente roboante:

Il Governo italiano ha risanato i conti pubblici e conseguirà l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.

Il semplice dettaglio delle affermazioni successive mitiga tuttavia questa affermazione: gli indicatori presi in considerazione sono PIL e relativo rapporto deficit/PIL, per i quali vengono presentare prospettive ottimistiche per il futuro - e correzioni sui dati del passato - senza riferirle alla nostra situazione attuale; inoltre vengono offerti dettagli spot relativi al nostro bilancio, indicando come informazione chiave la riduzione del rapporto debito/PIL a partire dal 2012.
L'idea che emerge da questi passaggi della lettera è quella di un Paese già avviato sulla via del risanamento, e questo psicologicamente lascia passare come messaggio l'idea che il Governo consideri quasi inutili le riforme che ci chiede l'Europa. Di nuovo, più che una rivendicazione del proprio operato, una mancata assunzione di responsabilità per quanto verrà approvato nei prossimi mesi.

La seconda parte della lettera, dal titolo "Creare condizioni strutturali favorevoli alla crescita", è il cuore del documento (sei pagine su nove nella versione linkata) e riguarda proprio le riforme che il Governo si impegna a intraprendere dinanzi all'Europa per stimolare l'economia del Paese. Il capitolo si compone di un preambolo in cui vengono calendarizzati alcuni generici interventi di liberalizzazione della concorrenza e semplificazione normativa, nonché di riforma del mercato del lavoro, senza tuttavia entrare nel dettaglio, almeno in questo passaggio, delle modifiche da intraprendere.
Allo stesso modo viene affrontato il tema del dualismo nord-sud, dove viene dettagliato un flusso gestionale per l'utilizzo dei fondi europei ma solo un passaggio molto generico al loro effettivo impiego.
È nella parte successiva di questo secondo capitolo della lettera che trova spazio il capitolo di maggiore dettaglio dei programmi del Governo, strutturati in un elenco di nove punti:
  • promozione e valorizzazione del capitale umano
  • efficientamento del mercato del lavoro
  • apertura dei mercati in chiave concorrenziale
  • sostegno all’imprenditorialità e all’innovazione
  • semplificazione normativa e amministrativa
  • modernizzazione della pubblica amministrazione
  • efficientamento e snellimento dell’amministrazione della giustizia
  • accelerazione della realizzazione delle infrastrutture ed edilizia
  • riforma dell’architettura costituzionale dello Stato
La lettera assegna molto spazio al dettaglio e alla spiegazione di questi punti, tuttavia, ad una lettura più approfondita, ci si rende conto di come buona parte del testo sia relativo a linee-guida di altissimo livello e al dettaglio dei provvedimenti già messi in atto dall'esecutivo. I provvedimenti concreti che il Governo intende mettere in campo nel prossimo futuro possono quindi essere riepilogati nel seguente elenco.
  • Si propone una liberalizzazione della gestione delle rette universitarie unita ad una maggiore dipendenza dei finanziamenti statali sulla base dei parametri ANVUR; si tratta, specie nella prima parte, di una riforma da sempre nel cuore della destra italiana, è tuttavia da rimarcare che difficilmente avrà impatti immediati nel fronteggiare la crisi economica in cui versiamo
  • In tema di occupazione vi sono riferimenti generici a misure di incentivo all'assunzione femminile e giovanile nelle aree del sud, senza che però il Governo esprima misure in grado di creare lavoro; riprendendo un tema forse più caro alla sinistra, l'esecutivo pare intenda varare misure di stampo puramente assistenzialista
  • In tema di liberalizzazioni e concorrenza le uniche nuove misure di cui si parla sono quelle volte a favorire la concorrenza nel settore automobilistico (carburanti e assicurazioni), oltre ad un potenziamento delle autorità competenti in materia di concorrenza.
  • A supporto delle imprese il Governo intende introdurre una fiscalità di vantaggio per le ricapitalizzazioni e più semplici sistemi di certificazione del debito.
  • Lo snellimento della pubblica amministrazione verrà ottenuto con strumenti di cassa integrazione, riduzione del salario e del personale e progressivo affidamento a consulenze esterne.
  • Defiscalizzazione per le imprese private che parteciperanno alla realizzazione di infrastrutture di utilità pubblica e utilizzo dei beni dello Stato come garanzia allo scopo di agevolare i mutui per le giovani coppie.
  • Infine, una serie di riforme costituzionali volte a snellire l'architettura dello Stato, con riduzione del numero di parlamentari, abolizione delle province, introduzione del vincolo di bilancio in Costituzione e riforma dell'art. 41
L'elenco fornito dal Governo appare tuttavia lacunoso da un punto di vista fondamentale: indipendentemente dalla bontà e dall'auspicabilità delle proposte, non spiega in che modo saranno reperite le risorse necessarie per le riforme onerose, e non spiega il razionale per cui quelle a costo zero non sono ancora state messe in atto.

Il terzo capitolo è intitolato "Una finanza pubblica sostenibile" e affronta il dettaglio delle voci di spesa dello Stato su cui il Governo intende agire per portare in attivo il bilancio del Paese e aggredire il debito pubblico.
Il capitolo è strutturato in paragrafi tematici, dedicati rispettivamente alle pensioni, alle dismissioni, al debito nel suo complesso, al costo degli apparati istituzionali, al pareggio di bilancio, oltre ad un capitolo conclusivo generico.
In realtà, come nel capitolo precedente, il grosso della lettera riguarda più un dettaglio dell'operato del Governo nei mesi passati che la descrizione degli interventi da intraprendere in futuro; così è soprattutto per il tema più caldo di questo periodo, quello previdenziale. Il veto della Lega Nord a ulteriori ritocchi al sistema pensionistico ha fatto sì che il paragrafo dedicato alle pensioni altro non sia che la spiegazione dettagliata delle riforme fino a questo momento varate, senza alcun impegno per il futuro.
Più corposo è invece il piano di dismissioni, che comporterà la vendita di immobili di proprietà statale allo scopo di eliminare ridondanze e favorire un uso più efficiente delle risorse, e un piano di privatizzazione forzata delle proprietà degli enti locali. Se da un lato si tratta di un modo per fare cassa ed eliminare gli sprechi, dall'altro una vendita forzata rischia di trasformarsi in una svendita dei beni pubblici, in cui lo stato di fatto cede a poco prezzo dei pezzi magari pregiati ai privati, i veri vincitori nello scambio.
Nei paragrafi successivi, oltre a ribadire l'impegno per la semplificazione dell'architettura istituzionale dello Stato, spicca solo il passaggio conclusivo, in cui il Governo si impegna a prendere qualsiasi misura, anche non dettagliata nella lettera, allo scopo di tenere sotto controllo i conti pubblici.

Il paragrafo conclusivo, "Conclusioni", costituisce unicamente una chiosa finale, in cui non si fa che ribadire quanto il problema non sia nazionale ma sovranazionale, evitando una volta di più le necessarie ammissioni di responsabilità da parte del Governo.

La lettera, in ultima analisi e al di fuori delle dichiarazioni di circostanza pronunciate per calmierare i mercati finanziari, si presenta piuttosto povera di proposte concrete e incapace di dettagliare le modalità della loro messa in atto. L'esecutivo italiano sceglie una volta di più la tecnica della dilazione temporale - già nell'uso stesso di una lettera di intenti - e della negazione del problema strutturale che attanaglia il Paese - nella riproposizione parossistica delle riforme già messe in atto, quasi la scarsa fiducia nell'Italia fosse dovuta alla mancata conoscenza dell'operato del Governo.
Le istituzioni europee hanno accolto la lettera con calore, come era lecito aspettarsi, ma dietro i commenti di approvazione sono già arrivate le prime sollecitazioni a tradurre in realtà gli intenti del comunicato.
Ancora più di prima, il Governo Berlusconi si ritrova ad essere un osservato speciale di Bruxelles.

venerdì 28 ottobre 2011

Le murder ballad di Bruno Vespa

Lo studio di Porta a Porta

Il XXI secolo si è aperto come il secolo della paura. Che si tratti di guerra e terrorismo o di semplici delitti di paese, i temi di cronaca nera hanno via via scalato la scena mediatica entrando prepotentemente nelle case e nella mente di persone sempre più smarrite e spaventate.
Politici con pochi scrupoli hanno scelto di fondare la propria carriera vivendo quasi di rendita sul controllo e sulla manipolazione della paura della popolazione e del conseguente bisogno di sicurezza e protezione, ergendosi di volta in volta a paladini della sicurezza, a guardiani dei confini nazionali, a moralizzatori dei costumi e della società... e così facendo avviando percorsi di evoluzione sociale spesso sorprendenti e inaspettati persino da coloro che li hanno messi in moto.

Ben oltre la pura attualità politica un aspetto sicuramente degno di attenzione è il rapporto che i media stanno via via instaurando con il crimine, in particolare con il crimine violento e in un ultima istanza con l'omicidio.
Impazzano ormai da anni - e sono sempre al top degli ascolti - serie televisive incentrate su squadre investigative ipertecnologizzate, in grado, con gli strumenti della scienza e della tecnica, di venire a capo con successo di qualsiasi omicidio. I laboratori di serie come CSI o NCIS sono diventati simboli quasi totemici del nostro bisogno di sicurezza, luoghi virtuali in cui riporre fiducia per esorcizzare le nostre paure.




Anche i format televisivi di attualità si sono gettati nella mischia con un approccio al tema naturalmente diverso nella forma ma sostanzialmente similare in contenuto e obiettivo. I famigerati plastici delle case di Cogne o Avetrana nelle puntate di Porta a Porta dedicate ai relativi casi di omicidio possono facilmente e sbrigativamente etichettati come trash televisivo e derubricati quasi a maldestri episodi di comicità involontaria costruiti sulle spalle di tragedie familiari, ma si possono in realtà collocare in un approccio di comunicazione sociale che non è errato ascrivere ad una visione scientista e falsamente rassicurante della criminologia.
Nelle ricostruzioni di Bruno Vespa così come nei dialoghi dei profiler di Criminal Minds emerge il bisogno compulsivo di spiegare e comprendere l'omicidio e l'omicida, un bisogno che, di volta in volta, acuisce in forma paranoica i nostri sospetti verso determinate persone, atteggiamenti o comportamenti, o piuttosto ci adagia nella convinzione che l'assassino, il "mostro", è diverso, è deviato, che una simile esperienza non potrà capitare a noi, oppure ancora ci apre una finestra su moventi e motivazioni allo scopo di purificare le nostre piccole atrocità quotidiane. Condannare, perdonare, o semplicemente comprendere.

Quali sono tuttavia le conseguenze di un simile atteggiamento? Se i tentativi di Vespa appaiono patetici e al limite del ridicolo - come dimenticare ai tempi del delitto di Avetrana la battuta ricorrente, "A quando il plastico da Vespa?" - persino le costruzioni più riuscite non riescono e non vogliono essere socialmente e umanamente soddisfacenti.
Da un punto di vista prettamente politico scenari ambigui come appunto i programmi da prima serata sono il giusto alimento per le masse: provano a chiarire chiacchierando intorno al nulla, tentano di rassicurare senza eliminare l'inquietudine, proiettano l'immagine di una società in procinto di svelare la formula magica del crimine lasciando invariabilmente, al momento di spegnere la televisione, solo informazioni frammentarie, confuse e condizionate a loro volta dagli umori dell'opinione pubblica.
La ricerca del movente del delitto è da sempre stato degli elementi più importanti di un'indagine e di un processo, vista la rilevanza penale riconosciuta alle cause che hanno portato all'atto omicida. Dal punto di vista antropologico la ricerca del movente serve piuttosto a inquadrare l'azione delittuosa in un contesto spiegabile con le consuete regole della convivenza civile, ad applicare il ragionamento dell'assassino in un sistema di valori conoscibile e comprensibile, pure se deviato e non condivisibile. Apprezzabile da questo punto di vista il Darkly Dreaming Dexter di Lindsay e la serie TV che ne è stata derivata.
Eppure la ricerca del movente si è dimostrata spesso incapace di spiegare l'atto dell'omicidio, circoscrivendo l'imprevedibile, l'inconoscibile e sostanzialmente l'inaccettabile per l'uomo cosiddetto civile al concetto di raptus ed analoghi (lettura imprescindibile sul tema sono gli atti del convegno Il raptus, un'assenza che ne nasconde molte altre del 9 giugno 2001). Diventa quindi sempre più rilevante il movente del movente, del corredo genetico, ambientale e comportamentale che ha scatenato le cause non già dell'omicidio, quanto della predisposizione all'omicidio. Una macabra derivazione, di Lombroso, a cui si è arrivati dopo aver constatato l'incapacità, fermandosi al livello precedente, di comprendere i meccanismi secondo cui si muovono le menti criminali e derivante da una ricerca forsennata di sezionare e classificare le sfumature del Male, quasi fosse possibile istituire regole - biologiche o comportamentali - seguendo le quali vivremmo in un mondo perfetto di pace e concordia.

Se dalla televisione modi meno scientifici e forse più romantici di affrontare l'omicidio e la morte sono ormai scomparsi, se nei libri prevale ormai la corrente mainstream relegando a pochi appassionati - magari di poesia - visioni alternative, la musica continua invece a riproporre, in speciale modo nel genere inestinguibile delle murder ballads, un approccio differente da quello televisivo ma per certi aspetti altrettanto ficcante.
Tutti i grandi della musica cantautorale, ad un certo punto della loro carriera, hanno sentito il bisogno ad un certo punto di confrontarsi con il tema del delitto: Dylan, Hendrix, Gabriel, Young, Springsteen, Cave, Cash, Lanegan sono solo alcuni dei nomi più famosi che hanno legato la loro carriera anche a questi cupi viaggi negli abissi dell'animo umano.
Attraverso la musica, l'umanità ha sempre sentito il bisogno di raccontare la morte, accanto ad altri temi eterni come l'amore o la protesta sociale, ed in particolare la morte violenta. Assassini reali, le cui imprese sono state documentate dalla cronaca del tempo come il killer clown John Wayne Gacy Junior degli anni '70, indietro fino al taxista Lee Shelton della fine del XIX secolo per risalire ai tempi della Guerra di Secessione con il veterano Thomas Dula, sono diventati protagonisti dapprima di ballate tradizionali e popolari, per poi essere portati all'attenzione del grande pubblico dal crooner di turno.

Proprio in questa tipologia di murder ballad, quelle tratte dai ritagli di cronaca nera, si può affrontare in maniera più completa il paragone con l'approccio televisivo.

He'd kill ten thousand people
With a sleight of his hand
Running far, running fast to the dead
He took off all their clothes for them
He put a cloth on their lips
Quiet hands, quiet kiss on the mouth
1

And in my best behavior
I am really just like him
Look beneath the floor boards
For the secrets I have hid
1

"God bless your children and I'll take care of your wife
You stole my John B. now I'm bound to take your life."
All about that John B. Stetson hat
2

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la musica non risparmia molto all'ascoltatore: la murder ballad pare invece proprio costruita secondo un canone ben preciso - pur con doverose variazioni sul tema - che consente la massimizzazione dell'esperienza percettiva nel fruitore.
Il racconto è spesso fatto in prima persona da parte dell'assassino, e raramente l'atto stesso dell'omicidio viene omesso dalla narrazione diretta; a seconda del messaggio che l'autore intende inviare, sono contenute le fasi di avvicinamento e adescamento della vittima, quanto piuttosto i momenti immediatamente successivi all'uccisione. A volte, in un richiamo alle favole dell'antichità classica, la morale dell'autore chiude la canzone.
La scelta della prima persona consente l'esplorazione dell'animo dell'assassino, ed in questo la scelta non appare difforme nel suo scopo ultimo da quella dei vari plastici di Porta a Porta. Le azioni e sentimenti dell'omicida vengono descritti in maniera esplicita, così come lo sono, nei momenti successivi alla morte della vittima, le reazioni di appagamento, colpa, rimpianto, paura. Una discesa infernale nella psicologia criminale che nulla ha da invidiare a quelle dei profiler delle serie televisive.

Ma la musica canta di temi universali, ed il genere delle murder ballad ha saputo crescere ben oltre le pagine di cronaca per coronare l'ambizione di cantare l'essenza del delitto, creando scenari mirati con finalità quasi didascaliche, catturando l'ascoltatore con costruzioni artefatte volte a mettere in evidenza quella che Hannah Arendt definiva la banalità del male.
Corpi bruciati (Westfall, Okkervil River, 2002), strangolamenti, coltellate, fucilate (Omie Wise, Banks Of The Ohio, Little Sadie, riconducibili al filone della musica popolare e portate al successo da più interpreti), le murder ballad espongono un campionario di brutalità senza alcuna censura o addolcimento: la crudezza della narrazione anzi non fa che acuire il senso di straniamento dell'ascoltatore.

When I killed her it was so easy
That I wanted to kill her again
I got down on both of my knees
She ain't coming back again
3

It's in my hair
There's blood in the sink
I can't calm down, I can't think
I keep calling
There's blood in the trunk
I can't calm down
Pick up!
4

I've been waiting for this
I have been waiting for this
All you people in TV land
I will wake up your empty shells
Peak-time viewing blown in a flash
As I burn into your memory cells
'Cos I'm alive
5

Non si può infine non citare quello che forse è il maestro indiscusso del genere, l'australiano Nick Cave, che alle murder ballad ha dedicato anche un concept album. La sua opera simbolo è indubbiamente Where the wild roses grow, canzone che riassume ed esalta tutti i tratti salienti delle canzoni dedicate alla morte e all'omicidio: lo sfondo passionale del delitto, la crudezza del movente (And I kissed her goodbye, said: "All beauty must die") raccontato dalla bocca dell'omicidio, le lente strofe di avvicinamento al momento culminante della morte della donna amata. La canzone si snoda come duetto, raccontando attraverso la voce di Cave il punto di vista dell'assassino e tramite Kylie Minogue quello della vittima; il video stesso non fa che enfatizzare ogni scena e contribuire al messaggio ultimo della canzone, a partire dalle mani insanguinate di Cave nella scena di apertura e dal serpente d'acqua che striscia sul "cadavere" della Minogue, simbolo di profanazione per di più dalla chiara allusione sessuale.

Questa breve carrellata sul vastissimo mondo delle murder ballad evidenzia ad un tempo le analogie con la presentazione televisiva degli omicidi, validando le pretese di poter confrontare i due mezzi espressivi, e le differenze che invece consentono di poter analizzare l'evoluzione dell'approccio al tema.
Tanto nella forma canzone quanto nello spettacolo televisivo di prima serata domina l'aspetto scenografico, enfatizzato in un caso da testi volutamente crudi e provocatori e costruzioni musicali al servizio del messaggio veicolato dal testo, e nell'altro tramite i dibattiti e i gadget del caso come i famigerati plastici di Bruno Vespa. Considerando inoltre il genere delle murder ballad come un - pur inorganico - unico insieme, non si può non notare un aspetto quasi didascalico nel raccontare pressoché ogni tipologia di omicidio concepibile e concepita dalla mente umana; l'analogia con la varietà di casi polizieschi delle serie TV è evidente, sia pure nella differenza di intenti che caratterizza i due generi espressivi. Una serie TV nasce infatti per intrattenere, ed una canzone deriva invece da un'urgenza espressiva, eppure da un lato la continua ricerca di situazioni nuove e inriganti per non perdere audience e dall'altro i continui input forniti da fatti di cronaca e in generale dall'ispirazione degli autori hanno nel tempo prodotto ampie e necessariamente similari collezioni di situazioni e personaggi legati al mondo degli omicidi.

Naturalmente non mancano le differenze legate al mezzo espressivo. L'immedesimazione offerta da una narrazione in prima persona dal punto di vista dell'assassino non ha eguali nel mondo televisivo, in cui l'elemento visuale consente sempre di separare l'immagine del narratore/protagonista da quella dell'antagonista. Nella visione di una serie TV i gesti dell'assassino possono essere affrontati, capiti, giudicati, ma sono compiuti da un elemento "altro" rispetto al narratore, e quindi l'aspetto interpretativo assume massima visibilità. Nella canzone questo fattore è invece sfumato fino a scomparire; eventi e sensazioni riportate dai cantautori sono interpretazioni dei reali sentimenti di un killer al pari di quanto appare in televisione, ma la privazione dell'elemento visivo unita alla narrazione in prima persona costruisce uno scenario emotivamente credibile, di grande impatto nello spettatore.
Altrettanto importante è l'assenza dalla musica di aspetti consolatori: nelle puntate delle serie televisive il colpevole viene invariabilmente catturato o messo nell'impossibilità di nuocere alla società, mentre nei salotti televisivi impazzano saluti alle vittime come se semplicemente fossero altrove, finalmente felici e in pace. Nella musica non si vede nulla di tutto questo, non sappiamo - non dalla canzone - la fine che farà l'assassino, veniamo a volte a conoscenza solo del suo tormento interiore e dei sentimenti che via via lo animano dopo aver ucciso la vittima di turno. La limitatezza temporale della canzone - pochi minuti - porta l'autore ad eliminare le parti meno pregne di significato, e non c'è quindi spazio per l'arrivo della cavalleria, per la cattura del colpevole ed il ristabilimento dell'ordine sociale. Solo per il dramma psicologico dell'omicidio.

Ma è proprio nei temi trattati che si colgono le maggiori differenze tra musica e televisione, che vengono evidenziate le differenti finalità dei due mezzi espressivi. La canzone tenta di colpire l'ascoltatore con la brutalità del delitto o la banalità del movente, ma non pretende di arrivare a comprendere il gesto dell'omicidio; narra la morte violenta come fosse parte dell'ordine naturale della vita allo scopo di suscitare emozioni forti, di rigetto, di annichilimento, in chi ascolta. Non pretende di assimilare l'omicida o di comprenderne gli istinti. Cantare l'omicidio come fosse normale serve solo a farne risaltare l'anormalità.
Programmi strutturati alla maniera di Porta a Porta sortiscono l'effetto inverso. Partendo da una claque e da un parterre di ospiti addomesticati a celebrare l'omicidio come fosse una messa, ciascuno con i propri paramenti e la propria parte da recitare, tentano di sviscerarne l'essenza arrivando tuttavia solo a banalizzarla. L'esibizione continua e spudorata in diretta TV di accuse, difese, moventi e perizie arriva a intorpidire quei sentimenti di allarme e ripudio che al contrario le parole delle canzoni innalzano ed esaltano, lasciando il telespettatore solo a interrogarsi su questioni di bassa lega facendogli perdere di vista ciò che è realmente importante.

Si potrebbe ritenere che questa discrasia di obiettivi tra musica e televisione sia insita nel mezzo di comunicazione stesso: la musica è giusto che crei dei manifesti, ma il compito di un programma di approfondimento dovrebbe essere proprio quello di andare al di là dell'immagine e capire i retroscena anche degli eventi più terribili.
Se i risultati sono questi, è però evidente che vi debba essere un problema. Ma poiché non sarebbe per nulla auspicabile un mondo senza profiler o criminologi, che tanti delitti hanno risolto e tanti di più con le loro abilità e le loro specializzazioni riescono a prevenirne, il problema deve risiedere proprio nella modalità di esposizione mediatica. Ed in particolare, nella continua ricorsa all'audience che si realizza nella messa in mostra del privato, nella confusione di visioni frammentarie che lasciano allo spettatore un quadro incompleto e confuso, nei toni forzatamente alti di dibattiti tra persone poco competenti, nelle scenografie ad effetto. Una trasmissione di psicologia criminale di stile minimalista alla guisa di Report sicuramente farebbe molta più chiarezza nella mente dei cittadini rispetto ad un qualsiasi Porta a Porta, ma non avrebbe lo stesso successo e nemmeno la medesima sponsorizzazione dal mondo della politica.
Perché molte, troppe responsabilità, dirette e indirette, ricadono proprio sulla politica, da scelte economiche che costringono la TV pubblica ad un progressivo abbassamento del livello delle trasmissioni per ritagliarsi audience, a precisi indirizzi politici che vogliono una cittadinanza confusa, addormentata ma soprattutto spaventata. Che abbia da discutere il giorno dopo su temi di second'ordine ma che non sia sicura nel vivere la propria vita.

E allora, per ricordare cosa sia la morte, per rendersi conto di quanto futili possano essere i motivi per uccidere, per ricordarci cosa è giusto e sbagliato, meglio accendere un computer, aprire YouTube e lasciarsi catturare dalla voce cavernosa di Nick Cave nel suo valzer mortale con Kylie Minogue...






1: Sufjan Stevens - John Wayne Gacy, Jr. - 2005
2: Bob Dylan - Stack-A-Lee - 1993
3: Okkervil River - Westfall - 2002
4: Wilco - Bull Black Nova - 2009
5: Peter Gabriel - Family Snapshot - 1980
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