mercoledì 28 dicembre 2011

Chi vuole tornare al voto?

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Un momento delle elezioni politiche 2008

Dopo la luna di miele forse più breve della storia, nessuno, a quanto pare, ama più il Governo Monti.
La reazione, dopo una manovra economica fatta prevalentemente di entrate, percepita come l'ennesimo, ulteriore, prelievo forzoso a chi ha sempre pagato le tasse, con una riforma delle pensioni particolarmente amara, con un numero crescente di voci che vedono l'Italia comunque condannata al fallimento - previo risucchio di tutte le risorse disponibili - per volontà dei grandi gruppi della finanza mondiale, era forse scontata. Era lapalissiano che i partiti avrebbero iniziato a far risuonare i propri distinguo e i propri malumori verso il Governo, iniziando ad agitare i pugni e mostrare i muscoli per pretendere determinate riforme ed impedirne altre, e minacciando, qualora abbiano i numeri per farlo, le elezioni anticipate.
È tuttavia importante saper individuare, nelle dichiarazioni dei politici, quali indicano un chiaro ritorno alle urne e quali invece sono le frasi fatte scandite solo per tranquillizzare il proprio elettorato di riferimento, senza che vi siano vere mosse per staccare la spina al Governo Monti.

Il quadro di partenza è indubbiamente il cui prodest, ed in questo frangente vi sono tre fattori di cui tenere conto, uno politico e due elettorali.
L'elemento politico riguarda la collocazione, nei primi quattro mesi del 2012, di circa duecento miliardi di euro di titoli di stato sul mercato. Gli interessi a cui tali titoli saranno collocati sarà determinante nel definire la sostenibilità del nostro debito pubblico negli anni a venire, e la responsabilità politica di un'asta fallimentare - con gli ulteriori durissini tagli che ne seguirebbero - sarebbe troppa da sopportare per qualsiasi formazione politica. Lo scudo formato da un governo tecnico a cui scaricare le responsabilità maggiori è utile tanto alle forze che sostengono oggi Mario Monti quanto a quelle che lo avversano: per le prime, naturalmente, sono a disposizione gli appelli al bene comune e alla salvezza del Paese, a scelte condivise che non soddisfano appieno ma che era necessario sostenere in sede parlamentare; alle seconde, invece, fa semplicemente comodo il ruolo di opposizione per pontificare senza prendersi alcuna responsabilità di offrire un'alternativa o compiere scelte magari dolorose.
Il secondo tema, uno spauracchio all'orizzonte per molte forze politiche, è il referendum sulla legge elettorale, che - se considerato ammissibile dalla Corte Costituzionale - permetterà in caso di esito favorevole di abrogare la Legge 270/2005 varata dal Governo Berlusconi III per ripristinare la legge elettorale precedente, il cosiddetto Mattarellum (Legge 276/1993 e Legge 277/1993). Malgrado a parole tutte le forze politiche deprechino questo o quell'aspetto del Porcellum, è chiaro che le forze della ex-maggioranza di centrodestra sarebbero le più interessate a disinnescare quest'arma facendo cadere il Governo Monti prima dell'appuntamento referendario e andare a votare con l'attuale legge elettorale, specialmente dopo che l'esperienza referendaria del 2011 ha dimostrato come il raggiungimento del quorum non sia un obiettivo utopico. Per il Partito Democratico la scelta migliore sarebbe invece una nuova legge elettorale promulgata dal Parlamento, non ritrovandosi né nel Porcellum né nel Mattarellum, ma è chiaro che se si dovesse arrivare al referendum questo non potrebbe essere un motivo valido per il partito di Bersani per interrompere l'esperienza di Governo. Ancora più ostili all'attuale legge elettorale sono IdV e Terzo Polo, il primo per motivi ideologici, il secondo perché sarebbe sicuramente favorito da una qualsiasi legge che non preveda unaa definizione ferrea delle coalizioni prima del voto.
Il terzo e ultimo tema riguarda naturalmente le speranze di vittoria e governabilità del Paese in caso di elezioni anticipate: come riporta Termometro Politico nella sua analisi settimanale della media dei principali sondaggi, ad oggi lo scenario elettorale vedrebbe un centrosinistra avanti di oltre il 7% rispetto al centrodestra, con un Terzo Polo ed un MoVimento 5 Stelle piuttosto tonici sia alla Camera che al Senato. Se si andasse al voto l'Italia sarebbe di fatto ingovernabile in quanto al Senato non si riuscirebbe a creare una vera maggioranza, ma l'aspetto principale per valutare la propensione dei partiti alle urne riguarda naturalmente le prestazioni ottenute dalla lista e conseguentemente il numero di parlamentari conquistati. Rispetto al 2008 appare evidente l'arretramento della coalizione PdL-Lega, tanto in termini di consenso quanto - soprattutto - di seggi conquistati grazie ai premi di maggioranza: ragionando in questi termini, quindi, sarebbero soprattutto le forze di centrosinistra e del Terzo Polo ad avere desiderio di un rapido ritorno alle urne.

la situazione appare quindi tremendamente complessa: ogni partito potrebbe ricavare vantaggi sia dall'opzione di un voto primaverile sia da un sostegno di più lunga durata al Governo Monti, ed è quindi chiaro che l'azione dell'esecutivo non potrà che avere effetti rilevanti sul sostegno che le formazioni politiche gli garantiranno nei prossimi mesi.
Secondo i sondaggi più recenti, sono soprattutto gli elettori del centrosinistra e del Terzo Polo ad apprezzare l'operato di Monti; tale dato è tuttavia inquinato dal paragone, fin troppo vivo, con l'odiato Governo Berlusconi: solo nei prossimi mesi il dato tenderà a fornire risultati più veritieri, basati più sulle azioni del governo che sul mero sollievo di non avere più il Cavaliere al potere. La manovra economica di dicembre ha grandemente deluso le aspettative del popolo di centrosinistra, in particolar modo per quanto riguarda il capitolo pensioni e l'impatto dell'IMU sulla prima casa; le varie tasse sul lusso, gli sgravi alle imprese e le misure anti-evasione, pur di indubbio valore, non sono stati percepiti come un'adeguata contropartita, e hanno indotto l'idea di una manovra orientata a destra. Tale visione potrebbe essere corretta nell'immediato futuro se alcune promesse del governo, in particolar modo un concorso nel mondo della scuola (a tredici anni dall'ultimo) e le tanto agognate liberalizzazioni, si concretizzassero in provvedimenti reali.
Il discorso è differente per gli elettori del PdL: il consenso verso il Governo è molto basso, e questo potrebbe provocare emorragie di voti in un partito già comunque provato dalla caduta del Governo Berlusconi IV e dall'incrinarsi dell'alleanza con la Lega Nord. Specularmente a quanto avviene da sinistra, anche a destra la manovra economica è stata percepita come una grossa delusione, naturalmente dando molto maggior peso alle forme di patrimoniale e all'IMU che al capitolo pensioni: chiaramente ogni segmento sociale tende a pesare in maniera maggiore i provvedimenti che ne toccano direttamente gli interessi. Il futuro, tuttavia, pare essere meno generoso con il PdL rispetto al PD: le prossime manovre previste dal Governo Monti in tema di liberalizzazioni infatti andrebbero a scalfire nettamente molti privilegi di ceti sociali storicamente amici del centrodestra, aumentando i mal di pancia del partito berlusconiano. Le recenti uscite di Berlusconi stesso possono senza alcun dubbio essere interpretate anche nell'ottica di offrire, con una specie di gioco di prestigio, un'immagine di un PdL di lotta e di governo, in cui il segretario Alfano sostiene Monti ed il padre-padrone Berlusconi, formalmente senza incarichi, gioca a fare l'opposizione.
La Lega Nord e, successivamente, l'Italia dei Valori, hanno invece scelto di porsi all'opposizione del Governo, la prima in maniera dura, la seconda offrendo disponibilità a valutare i singoli provvedimenti prima di concedere o meno il proprio voto. In entrambi i casi si tratta di una scelta dettata dalle esigenze di un elettorato profondamente avverso al "governo delle banche", come definiscono l'esecutivo di Monti. In realtà i due partiti risultano numericamente ininfluenti per la tenuta del Governo, quindi hanno facile gioco ad attaccare le misure più o meno depressive e recessive intraprese dall'esecutivo senza doversi impegnare, essendo garantito il passaggio delle leggi, a costruire reali alternative.

Nel caos che regna nella politica italiana dalle dimissioni di Berlusconi, emerge quindi con prepotenza il vero elemento forte: si tratta proprio del Governo. Malgrado i ricatti e i veti incrociati che possono porre i partiti, nessuno, nell'agone politico, pare avere la forza o l'interesse di assumersi la responsabilità di scrivere la parola fine su questo esecutivo, almeno non in tempi brevi. Monti ha il diritto e il dovere di sfidare i partiti sul proprio campo qualora riscontri - e i casi dei costi della politica sono tante, lampanti, occasioni perdute in tal senso - corporativismi volti a mantenere questo o quel privilegio. Solo se saprà farlo, mettendo i partiti dinanzi alle proprie responsabilità, sarà in grado di rinnovare non solo il Paese, ma persino la sua classe politica. E non sarebbe un risultato da poco.

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