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martedì 15 marzo 2011

Un'intervista imbarazzante

Il Ministro Mariastella Gelmini (PdL)

Il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini (PdL), è stato ospite alla trasmissione di Rai Tre Che tempo che fa, condotta da Fabio Fazio, in data 13 marzo 2011, il giorno successivo alla grande manifestazione popolare in difesa della Costituzione e della scuola pubblica.
A questo link è disponibile il video dell'intervista.

Condotta da un Fazio - per una volta - determinato ed incalzante, l'intervista costituisce un valido strumento di comprensione sia degli strumenti comunicativi del Governo sia della politica scolastica da esso intrapresa.

Sono stati molte le tematiche affrontate durante la trasmissione, tra cui la manifestazione del giorno precedente e le parole di Berlusconi che ne erano state causa scatenante, la situazione della scuola italiana ed i tagli a cui è stata sottoposta, nonché l'annoso rapporto tra scuola pubblica e privata.

Una manifestazione assolutamente legittima ma che nasce da un presupposto sbagliato: che il governo abbia attaccato la scuola pubblica. Molti tra coloro che sono scesi in piazza mandano poi i figli alla scuola privata. Lo trovo incongruente. Non hanno fiducia nella scuola pubblica.

Così il Ministro Gelmini ha commentato la manifestazione del 12 marzo in difesa della Costituzione e della scuola pubblica.
Secondo il Ministro la manifestazione è stata una reazione ad un attacco, l'attacco del premier alla scuola pubblica, inesistente. In realtà Berlusconi, in data 26 febbraio, aveva dichiarato al Congresso dei Cristiano-Riformisti: Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori.
Al netto delle polemiche suscitate dalle parole di Berlusconi, delle posizioni dell'opposizione e del refrain del fraintendimento già il giorno successivo, la posizione del Presidente del Consiglio è, ad opinione di chi scrive, un attacco alla scuola pubblica per due motivi:
  • Berlusconi parla di "costrizione" verso la scuola pubblica, definita tra l'altro scuola di Stato, un termine generalmente utilizzato in un'accezione negativa. In realtà non esistono vincoli che impediscano la scelta, per una famiglia, di iscrivere il proprio figlio ad una scuola privata al di fuori delle considerazioni prettamente economiche. Proseguendo il ragionamento, si può intendere nelle parole di Berlusconi la volontà di rimuovere gli ostacoli verso la scelta delle scuole private. Se ciò consistesse nella semplice eliminazione delle differenze monetarie tra le due opzioni attraverso gli aiuti alle scuole private, il punto potrebbe essere liquidato come l'ennesima presa di posizione del centrodestra sul tema. In realtà tale proposito può anche essere ottenuto - ed in questa direzione paiono andare i provvedimenti del Governo - a costo zero per lo Stato peggiorando il servizio della scuola pubblica, in modo da rendere appetibili le istituzioni private anche senza utilizzare leve monetarie.
  • La scuola pubblica viene dipinta come un luogo di plagio, in cui agli studenti vengono "inculcate" ideologie politico-sociali - rivolgendosi Berlusconi ad una platea di centrodestra - di sinistra. La contrapposizione in cui vengono messe scuole pubbliche e provate è persino imbarazzante: secondo Berlusconi tutti e soli gli insegnanti delle scuole pubbliche utilizzano l'ambiente scolastico per ideologizzare i ragazzi, mentre tutti e soli gli insegnanti delle scuole private sono educatori del libero pensiero.
Neppure per eccesso di buona fede è possibile non considerare le parole del premier come un attacco alla pubblica istruzione.

Secondo il Ministro, inoltre, molti tra coloro che hanno manifestato mandano i propri figli alla scuola privata. Da questo il Ministro deduce che tali persone non hanno fiducia nella scuola pubblica, e manifestare per qualcosa verso cui non si ha fiducia è atto di incoerenza.
In realtà il procedimento logico usato dal Ministro ha molte falle, a partire dalle premesse. I "molti" a cui fa riferimento quanti sono esattamente? Che percentuale dei manifestanti? Da che fonte deriva la sua affermazione? Anche ammettendo tuttavia che "molti" tra coloro che hanno partecipato alle piazze del 12 marzo mandino i propri figli alle scuole private, il Ministro esclude dal proprio ragionamento le cause ed i desideri dei manifestanti. Mandare ai propri figli alle scuole private non significa automaticamente non desiderare una scuola pubblica di qualità: non usufruire di un servizio - la scuola come il divorzio come il testamento biologico - non implica necessariamente che quel servizio debba essere abolito o depotenziato.
Non usufruire di un servizio, inoltre, non implica necessariamente non volerlo fare. La difesa di una scuola pubblica di qualità può essere un obiettivo da perseguire anche per coloro che mandano i propri figli alle private perché, ad esempio, le condizioni del plesso scolastico statale del posto sono disastrate. Ribaltando le parole di Berlusconi, si può dire che la piazza abbia manifestato contro l'obbligo "di fatto" di scelta delle scuole private, contro l'abbandono ed il degrado che rendono in certe parti del Paese la scuola pubblica un'istituzione di serie B.

Ci sono circa 200 mila bidelli ma si spendono 600 milioni per le imprese di pulizie. Ci sono più bidelli che carabinieri per avere le scuole sporche.

Questa frase del Ministro era una rivendicazione dei tagli effettuati, legati, a suo dire, soltanto all'eliminazione degli sprechi.
Premesso che nelle istituzioni pubbliche italiane, dalla sanità alla PA passando sicuramente per la scuola, si annidano sprechi e rendite in abbondanza, e senza voler indagare la bontà dei provvedimenti messi in atto dal Governo e dalla maggioranza che lo sostiene, l'esempio scelto dalla Gelmini appare particolarmente infelice.
In Italia, secondo il sito ddei Carabinieri, ci sono 117.943 appartenenti all'Arma dislocati in circa 4.500 caserme.
Gli edifici scolastici del Paese sono invece oltre 40.000. Quanto al numero dei bidelli, secondo Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria PD, si attesta sulle 130.000 unità, ed è destinato a scendere a 125.000 elementi a causa dei provvedimenti in materia scolastica del Ministro Gelmini.
Con i numeri dati dal PD, quindi, ogni edificio scolastico potrebbe attualmente contare in media su circa 3 bidelli. Prendendo invece per buoni i numeri del Ministro, i bidelli per edificio scolastico sono invece in media circa 4,5. Sono pochi, tanti, troppi?
Tra le funzioni dei bidelli, oltre alla pulizia, vi sono l'apertura e la chiusura degli edifici, il controllo degli studenti quando sono fuori dalle aule, un compito che arriva ad accompagnare i bambini in bagno, specie nelle scuole dell'infanzia e alle primarie, e a gestire i casi di malore senza obbligare gli insegnanti a lasciare sguarnite le aule.
Il ragionamento corretto da fare sarebbe stato: "date le funzioni che devono espletare i bidelli, tenendo conto del numero e delle esigenze degli studenti, e tenendo conto del numero degli edifici scolastici, il loro numero è adeguato o no?"
Tentare di dimostrarne il soprannumero utilizzando paragoni ad effetto con una categoria che non c'entra nulla suona di propaganda e, soprattutto, di pochezza di argomenti.

Tagli alla scuola ma tagli agli sprechi. Mi sentirei in colpa se avessi tagliato sulla qualità della scuola, non ho licenziato nessuno, ma abbiamo contenuto la pianta organica e liberato risorse che hanno permesso di non bloccare gli scatti di anzianità per gli insegnanti.

Ancora più del precedente paragone, questa frase del Ministro Gelmini costituisce un'orgogliosa rivendicazione del suo operato e della riforma scolastica che porta il suo nome.
Secondo il Ministro la spesa per la scuola pubblica è aumentata negli ultimi dieci anni, e, poiché il suo intervento riguarda gli sprechi, se ne deduce che tale incremento di spesa andava a riguardare prevalentemente degli sprechi. Nell'ultimo decennio prima del suo insediamento si sono succeduti, a Viale Trastevere, Berlinguer (centrosinistra) e De Mauro (centrosinistra) fino al 2001, Moratti (centrodestra) dal 2001 al 2006 e Fioroni (centrosinistra) dal 2006 al 2008. Come si vede, l'unico titolare del Ministero dell'Istruzione che ha avuto tempo e margini per una manovra di ampio respiro e consolidamento è stata Letizia Moratti, a cui, si deduce, devono essere prevalentemente rivolte le critiche della Gelmini.
La frase del Ministro mette però in chiaro due punti: la qualità della scuola non è diminuita, e non sono stati bloccati gli scatti di anzianità.
La diminuzione delle ore nei piani di studio, con conseguente diminuzione delle cattedre. L'incremento del numero minimo di studenti per classe. La soppressione degli istituti più periferici, spesso in sedi geograficamente disagiate. L'eliminazione del tempo pieno. La saturazione delle cattedre a 18 ore, che vincola fortemente le possibilità di sostituzioni e compresenze. Se questi punti non sono un degrado della qualità, che cosa intende il Ministro per qualità?
Proprio il passaggio sugli scatti di anzianità costituiscono un pericoloso scivolone del Ministro sul tema del merito e della qualità. Per sua stessa dichiarazione, i soldi recuperati dai tagli non sono stati usati per potenziare la sperimentazione sul merito scolastico, limitata geograficamente tuttora a poche decine di scuole nelle grandi città e monetariamente ad una mensilità extra contro i 7.000 euro promessi. Le risorse a disposizione sono state invece usate dal Ministro "a pioggia", ovvero per gli scatti di anzianità.
Il fatto che solo con tagli pesantissimi la scuola italiana sia riuscita a reperire le risorse per quella che dovrebbe essere l'ordinaria amministrazione della retribuzione dei docenti la dice lunga sullo stato in cui versa la pubblica istruzione, e dovrebbe a sua volta essere oggetto di analisi approfondita, ma colpisce come la Gelmini riesca a dichiarare con orgoglio atti del tutto contrari alle sue dichiarazioni e alla politica professata dal Governo di cui fa parte.

Dicono spesso che ho tagliato gli insegnanti di sostegno ma in realtà ce ne sono tremila e 500 in più rispetto al passato. Il problema è la loro distribuzione e il fatto che in alcune zone del Paese ne usufruiscono anche alunni che non ne avrebbero bisogno.

In questo passaggio molto controverso il Ministro mischia una verità sacrosanta, una mezza verità ed un'affermazione, da qualsiasi parte la si voglia guardare, assolutamente indegna.
È corretto che la carenza degli insegnanti di sostegno sia un problema acuito dalla distribuzione geografica. Come evidenziato anche da un'indagine di Tuttoscuola (abstract parte I e parte II, versione completa scaricabile da questo link), vi sono sostanziali disparità a seconda delle differenti province italiane. D'altra parte, chi parla è il Ministro dell'Istruzione, non una persona qualsiasi: compito del Ministro dovrebbe essere, individuato il problema, raccontare agli Italiani cosa sta facendo il Governo per risolverlo. In che modo il Ministro Gelmini sta tentando di porre rimedio a questo squilibrio?
In seconda battuta, la cifra - 3.500 insegnanti - a cui fa riferimento la Gelmini è riferita ai docenti di ruolo; il numero degli insegnanti di sostegno totali è invece rimasta pressoché invariata. Anche se la notizia è positiva e degna di merito, è falso affermare, affrontando il problema della copertura dei disabili, che vi siano 3.500 insegnanti di sostegno in più.
Infine, la frase relativa a coloro che usufruiscono del servizio senza averne diritto, se presa seriamente, apre un problema molto delicato. Di per sé una simile affermazione appare difficilmente credibile, e pare che anche in questo frangente al Ministro manchi la capacità di analizzare psicologicamente gli Italiani. In realtà magari di paese, avere "il figlio handicappato" è ancora motivo di vergogna, una vera e propria onta per la famiglia, ed il solo privilegio di avere l'insegnante di sostegno, se così vogliamo chiamarlo, non è certamente un contrappeso sufficiente. Sono molto più comuni i casi di genitori che al contrario rifiutano di riconoscere i propri figli come diversamente abili, con tutti gli impatti che questo produce nell'ambiente scolastico. Se, quindi, quanto ha detto il Ministro è falso, o se in generale non ha le prove per dimostrarne la veridicità, si tratta di una scusa di pessimo gusto per nascondere un fallimento politico sul tema. Se invece è vero, si ricade nel problema precedente: oltre ad aver affermato ai genitori dei ragazzi veramente disabili che i servizi a cui avrebbero diritto i loro figli sono "rubati" da persone che disabili non sono, ha anche rassicurato queste persone spiegando in che modo il Governo ha intenzione di intervenire?

La performance televisiva del Ministro si può considerare quindi imbarazzante, ed è, anche senza dare credito a teorie più o meno complottistiche volte alla distruzione pilotata della scuola pubblica, una spia palese delle difficoltà che ha il Governo nel mantenere le promesse fatte agli Italiani alla vigilia delle elezioni del 2008.

lunedì 3 gennaio 2011

Buon 2011 dal Presidente

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Come ogni anno, il 31 dicembre il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rivolto agli Italiani il consueto messaggio di fine anno, un'occasione per esprimere gli auguri per l'anno nuovo e al tempo stesso fare il punto sulla situazione politica.





Il testo del discorso è disponibile sul sito della Presidenza della Repubblica a questo link. Come d'uso, qui è disponibile la versione utilizzata come input per il tag cloud di Wordle.

Tag cloud del discorso di Giorgio Napolitano

Come si vede dal tag cloud, e come il Presidente stesso rimarca più volte nel suo discorso, il fulcro del messaggio di Napolitano sono i giovani. Le parole "giovani", "generazioni" e "futuro" costituiscono in effetti l'ossatura stessa delle parole presidenziali, i termini intorno a cui ruotano tutti gli altri concetti.
I numerosi riferimenti alla crescita, al taglio del debito, allo sviluppo e alla ricerca, e all'economia in generale sono infatti commisurati alla sfida, alla necessità di non lasciare sulle spalle dei giovani un debito pubblico in grado di stroncare sul nascere le loro aspettative e le loro aspirazioni. Allo stesso modo, la sfida per un'Unione Europea sempre più unita e coesa dal punto di vista politico collima con il disperato bisogno di istituzioni in grado di dialogare da pari a pari con gli Stati Uniti, il Giappone ed i Paesi del cosiddetto BRIC, in un futuro non lontano in cui la semplice dimensione nazionale non consentirà più ai Paesi europei le necessarie salvaguardie contro l'invadenza economica e non solo dei potenti vicini asiatici ed americani.
Sempre in funzione dei giovani deve essere poi letto l'ennesimo appello ad una politica interna più misurata e costruttiva - la keyword in questo caso è "unità". La politica di oggi deve trovare punti di incontro sul tema giovanile e al tempo stesso i giovani devono essere portatori di un nuovo modo di fare politica.

Proprio gli accenti sul tema della responsabilizzazione dei giovani distinguono il discorso di Napolitano da un qualsiasi appello un po' paternalista. Il Presidente della Repubblica riesce infatti a coniugare un quantomai necessario monito a combattere il disinteresse alla politica e alla res publica con l'esortazione ai giovani a impegnarsi in prima persona nella vita politica e sociale nel Paese, ad assumersi la responsabilità di mettere in gioco le proprie idee con i mezzi ed i riti democratici previsti dalla Costituzione.

Lo slancio di Napolitano verso il futuro rispecchia in pieno il ruolo e la missione spettanti al Presidente della Repubblica: custode dei valori della Costituzione e al tempo stesso padre della patria, figura super partes in grado di distaccarsi dai problemi contingenti per offrire all'Italia una visione di ampio respiro. Chi critica a Napolitano una certa scarsa attenzione alle difficoltà politiche attuali non coglie l'opportunità - quasi la necessità - di una figura dotata della statura e dell'autorità per disegnare il Paese di domani.
Ed il Paese di domani, in un discorso così incentrato sui giovani, è un Paese in grado di fornire opportunità di realizzazione ai suoi abitanti, un Paese che, lungi dal riempire in maniera assillante e paternalistica la vita dei cittadini, ne mette invece a disposizione i mezzi affinché essi stessi trovino il proprio futuro.

Nel discorso del Presidente, tuttavia, è impossibile non notare dei vuoti. Non disegna concretamente la strada da percorrere: non condanna espressamente i partiti che scambiano seggi e cariche in cambio di appoggi più o meno legittimi, affossando la meritocrazia. Non evidenzia i casi di baronia nella sanità o nella scuola, non indica cioè quali sono i punti in cui la politica dovrebbe intervenire per curare una società malata come quella in cui ci troviamo a vivere; disegna semplicemente, a partire da dati concreti - i numeri sulla disoccupazione, soprattutto giovanile - quale dovrebbe essere il punto di arrivo, una società disegnata sui dettami della Carta Costituzionale.
Se alcuni, in questi silenzi, vedono forse una punta di ignavia, è tuttavia impossibile non notare come qualsiasi tentativo di dettare l'agenda politica sarebbe stato un'ingerenza nelle prerogative del Parlamento e del Governo: il Presidente della Repubblica è il custode della Costituzione, e in questa veste è suo diritto - e dovere - spingere verso la piena realizzazione dei valori della Carta; il metodo seguito, i tempi e le priorità esulano tuttavia dal suo compito.

Spetta dunque alle forze politiche tradurre in realtà il sogno descritto da Napolitano nel suo augurio di fine anno. Il nostro augurio è che sappiano farlo.

domenica 10 ottobre 2010

L'Onda torna in piazza

La manifestazione dell'Onda a Torino

L'8 ottobre 2010, le vie e le piazze delle principali città italiane sono state attraversate dai cortei dell'Onda, il movimento studentesco apartitico mobilitato contro la riforma scolastica targata Mariastella Gelmini.
Impossibilitato a partecipare personalmente, ospito volentieri in Città Democratica un feroce resoconto redatto da Matteo Suppo, che ha seguito lo sviluppo del corteo a Torino.

La mattina dell’8 ottobre 2010 il popolo studentesco si riunisce per le strade di Torino per porre l’accento sulle gravissime problematiche connesse alla riforma scolastica, denominata "Riforma Gelmini", per sensibilizzare la popolazione sull’argomento ed esprimere il proprio dissenso in maniera efficace.
Fallendo miseramente.

Verso le 9:30 raggiungo il corteo e mi faccio subito un'idea di cosa mi aspetta: la folla è un blob umano informe e urlante di sedicenni con bandiere e striscioni a pennarello. Da un paio di camionette musica ad altissimo volume che copre efficacemente le voci dei pochi col megafono che cercano di dire qualcosa di forse intelligente.
Periodicamente e completamente a caso partono slogan innovativi partoriti dalle fertili e geniali menti dei nostri studenti. "Gelmini, Gelmini, vaffanculo." "Chi non salta la Gelmini è, è." Qualcuno azzarda addirittura un "Giù le mani dalla scuola." Sono davvero colpito.
Mi ritrovo travolto e circondato da ragazzini sorridenti, gente che balla, bottiglie di birra e anche un bong di mezzo metro. Mi chiedo ad un certo punto se per caso non sono finito nella festa di compleanno di qualcuno, ma poi vedo i poliziotti in tenuta antisommossa e mi rassicuro.
Raggiungo senza grossi problemi la testa del corteo, dove mi ritrovo ad osservare scena surreale: da una parte c’è una fila di caschi blu con scudi e manganelli pronti a non si sa bene cosa, dall’altra parte un gruppo di studenti dietro ad uno striscione che urlano e si preparano a caricare. In mezzo una decina di clown che ballano.

Sì. Clown. Che ballano. Che corrono da una parte all’altra, che fanno tiro alla fune con gli striscioni, che giocolano. Sono perplesso ancora adesso.

Mentre mi faccio largo tra la folla per tornare verso la coda del corteo comincio a fumare di rabbia. Avrei potuto stare a casa. Avrei potuto tranquillamente scrivere questo articolo senza aver visto la manifestazione.
Ma tutti avrebbero potuto farlo. L’abbiamo già vista. Sono anni che il format standard delle manifestazioni è così. Mi immagino lo sforzo creativo degli organizzatori:
"Dai, è anche ora di fare una manifestazione, no?"
"Certo dai, contro cosa la facciamo?"
"Contro la Gelmini che va di moda."
"Va bene, io avviso i centri sociali."
"Io i NO TAV."
"Io chiamo la gente per mettere musica, dai che ci divertiamo."

E il risultato è questo: una festa, una scusa per saltare scuola, un raduno di giovani alternativi, talmente alternativi da risultare alla fine tutti uguali.
Dov’è la protesta? "Gelmini vaffanculo" non è una protesta. È un insulto. Un insulto a tutto il mondo studentesco. Un insulto a chi lotta per davvero. Un insulto alla famosa creatività giovanile.
Dove sono le fervide menti dei nostri ragazzi? Dove sono le idee? Era una manifestazione talmente vecchia che era la parodia di sé stessa.
Davvero non si riesce a pensare a qualcosa di diverso dal cliché "tanta gente per le strade, musica a palla e buffi individui che bloccano il traffico"?
Davvero non si riesce a fare nulla di innovativo e originale e ci si riduce a riciclare le idee vecchie e stantie che servivano a protestare contro cose completamente diverse?
Davvero hanno mandato a tutto volume la canzone CONTESSA?

Davvero. Lo hanno fatto davvero.
Sono rimasto agghiacciato. Se la scuola italiana produce queste menti allora ha bisogno di una riforma alla svelta. Ma una riforma vera.

Qualche cosa un po’ diversa qua e là si trovava, cercando con attenzione.
Un gruppo di ricercatori andava in giro in camice e con un foglio attaccato al petto col tasto di stand-by del computer.
Sforzandosi moltissimo e con molta buona fede si riusciva a trovare un senso addirittura ai clown, facendo finta che fossero "i pagliacci al governo". Ma bisogna tirare a indovinare e non è neanche detto che fosse così.

Insomma, un paio di idee vagamente interessanti e mal sfruttate nascoste per bene nella solita bolgia pseudocomunista, quelli convinti che la rivoluzione si faccia con le canne. Cosa riporteranno i media? Potrebbero addirittura mandare i filmati delle manifestazioni precedenti. Non se ne accorgerebbe nessuno.

Prendiamo invece un'iniziativa differente. Prendiamo spunto dai ricercatori e diamo a tutti i partecipanti alla manifestazione il loro foglio col tasto di stand-by. Li facciamo camminare in silenzio, mentre agli altoparlanti vengono citate le cifre dei tagli e dei licenziamenti a ruota continua. Niente carretti con la musica, niente gente che si ubriaca.
"Cazzo ti ridi? È il funerale della scuola. Non è affatto divertente."
Funzionerà? Non funzionerà? Servirà? Non importa. È un'idea nuova. Va sperimentata.

Sono anni che si fanno manifestazioni e non sono mai servite a niente. Direi che è ora di cambiare, no? Quindi ora occorre licenziare i mentecatti che organizzano queste buffonate chiamate manifestazioni e metterci qualcuno che sappia quello fa.
Sempre se la voglia è davvero di protestare.
Perché se la voglia è solo quella di fare casino in una festa per le strade, allora la scuola italiana è morta con o senza tagli.


Quando ho letto questo articolo mi sono spaventato. L'Onda è veramente solo questo? Dove sono finite le proposte, le ottanta pagine di proposte sulla scuola promosse dal comitato organizzatore sotto il nome di AltraRiforma? Dove è finita la sensibilizzazione, dove sono le lezioni all'aperto?
Forse Torino è stata solo una nota stonata, spulcio i quotidiani per avere qualche informazione sommaria sulle altre città. A Trieste, scopro, si è tenuto un dibattito pubblico su AltraRiforma. A Bologna c'è stata una lectio magistralis in Piazza Santo Stefano tenuta dal costituzionalista Morroni.
Ma poi? Atti simbolici qua e là. Chiavi di una scuola consegnati alla Gelmini a Roma. A Trieste, prima del dibattito pubblico, un processo alla Gelmini. Per il resto, Milano, Napoli, Bari... solo cortei.
E allora non è stata Torino la nota stonata. Sono state piuttosto Trieste e Bologna le eccezioni in positivo di un piattume generalizzato.

Un corteo è importante, senza dubbio. Nelle manifestazioni occorre in fondo fare numero, e lo scopo principale è cercare risalto mediatico. Tuttavia, e la critica di Suppo coglie bene nel segno, la qualità della manifestazione incide pesantemente sulla visibilità.
Che immagine hanno fornito i giovani torinesi? Che cosa hanno proposto di meglio rispetto alla Gelmini? L'articolo utilizza l'Onda per muovere una critica pesante al modo stesso di manifestare.
Sfilare in corteo, nel bene o nel male, non basta più. Da parte di chi fonda buona parte della propria protesta sul non essere genericamente "contro" e sul saper fornire un'alternativa migliore è lecito pretendere che una manifestazione diventi un cantiere di idee, come a Bologna e Trieste, oppure un luogo di vera informazione, come nel suggerimento "funerario" presentato nel resoconto.

L'anno scolastico è ancora lungo, e ci sarà certamente il tempo per rimediare a questo mezzo passo falso. Tuttavia, per il momento e malgrado il grande successo numerico, l'Onda è rimandata.
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