martedì 26 marzo 2013

M5S, da watchdog a partito

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Vito Crimi (M5S) e Roberta Lombardi (M5S)

Una delle mutazioni genetiche più interessanti della storia politica italiana contemporanea riguarda l'evoluzione del MoVimento 5 Stelle, la formazione sorpresa delle ultime elezioni politiche che ha messo in crisi il bipolarismo della Seconda Repubblica mostrandosi come forza politica in grado di competere ad armi pari con il centrodestra ed il centrosinistra.

In particolare tiene banco in questi giorni l'atteggiamento dei parlamentari del MoVimento nei confronti della possibilità di formare un governo in coalizione - o dando un appoggio esterno anche limitato al primo voto di fiducia - con il centrosinistra. Atteggiamento che, salvo alcune sbavature, pare per ora molto compatto su un rifiuto totale di qualsiasi trattativa con gli altri partiti.

Si tratta di un modo di porsi che, per quanto più volte rimarcato dallo stesso leader del partito nel corso della campagna elettorale, costituisce una mutazione dai più inaspettata del ruolo del M5S, un vero e proprio rovesciamento valoriale rispetto a quanto è stato avviato e sta procedendo in modo molto fruttuoso ad esempio in Sicilia: sostanzialmente, nella classifica valoriale del MoVimento 5 Stelle, il tema della distruzione del sistema partitico - o quantomeno dell'attuale classe dirigente del Paese - ha in qualche modo superato come priorità il tema dell'attività politica a favore del Paese e dei cittadini italiani.

L'assunto è forte, e naturalmente si espone a critiche ed obiezioni.

La prima osservazione riguarda il paragone con la Sicilia: in regione il Presidente non deve sottoporsi al voto di fiducia in quanto eletto direttamente dal popolo; in tal modo, il MoVimento 5 Stelle ha potuto iniziare un percorso di collaborazione con il centrosinistra unicamente dal punto di vista programmatico, basato su un confronto tra programmi paritario in cui entrambe le parti si sono trovate ad avanzare proposte e arrivare ad una cernita basata sul vaglio reciproco. Tale confronto, sostengono i puristi del MoVimento 5 Stelle, in Parlamento non è possibile perché occorre un voto di fiducia, ovvero un appoggio formale all'esecutivo; le motivazioni addotte da chi rifiuta la fiducia ad un esecutivo a targa PD si possono trovare in un articolo scritto in data 13 marzo da Claudio Messora, già volto noto del M5S e dal 20 marzo responsabile per la comunicazione del Senato per il MoVimento. La sua opinione può quindi essere considerata una posizione ufficiale nella galassia di voci che compongono il M5S.
Secondo Messora, sostanzialmente, un appoggio che si limitasse alla prima fiducia sarebbe un travisamento del significato originale del voto di fiducia, che di fatto dovrebbe implicitamente essere la certificazione di una reale maggioranza politica in grado di garantire stabiità al potere esecutivo e non un atto formale che permette ad un Governo di entrare in carica. Si tratta tuttavia di una distinzione accademica e formale che necessita di un contesto: un Governo insediato che tradisce il mandato della maggioranza politica che lo sostiene non merita forse un voltafaccia sul tema della fiducia? Se Bersani convincesse dei propri punti programmatici i parlamentari del M5S, e successivamente tradisse il mandato, non sarebbero giustificate tanto la fiducia quanto la successiva sfiducia?
Proprio in tema di sfiducia, Messora tira in ballo una serie di difficoltà nel sfiduciare un governo in carica: per presentare una mozione di sfiducia occorrono le firme di almeno un decimo dei membri delle Aule, la mozione deve essere messa all'ordine del giorno e devono in ogni caso passare almeno tre giorni dalla sua presentazione affinché venga discussa. E occorre una maggioranza che la voti, con le stesse regole con cui si vota normalmente qualsiasi altra proposta parlamentare. Ma sono ostacoli così insormontabili? Impedirebbero al MoVimento 5 Stelle di ritirare il proprio appoggio ad un Governo? In realtà la pattuglia grillina in Parlamento supera il 10% in ciascuna aula ed in particolar modo al Senato dove il M5S è determinante, quindi i grillini potrebbero presentare autonomamente una mozione di sfiducia. Serve poi la calendarizzazione; ma a tale proposito è bene ricordare che Bersani aveva a suo tempo offerto al M5S una presidenza dell'Aula, quindi proprio il potere di dettare gli ordini del giorno. Infine, il voto. Il centrosinistra non è autosufficiente al Senato, quindi con una mozione di sfiducia in tale aula il M5S avrebbe tutto il potere di far cadere il Governo o quantomeno, in caso di soccorso del centrodestra, tirarsene fuori e certificare l'"inciucio". Le difficoltà esposte da Messora, a ben vedere, non sembrano poi così determinanti. L'unico punto dolente, che tra l'altro non si sente quasi mai nelle argomentazioni a cinque stelle, riguarda l'uso dei decreti legge: un governo PD, una volta insediato con i voti del MoVimento, avrebbe il potere di emanare decreti legge e farli convertire in aula con i voti del PdL. In realtà il PD potrebbe fare la stessa cosa passando dal Parlamento e non dal Governo, lo strumento del decreto serve solo a garantire maggiore velocità al processo, quindi anche questa obiezione, pur realistica, appare un po' spuntata.
La scelta di non applicare il modello Sicilia, modello di cui giustamente i grillini si vantano, a livello nazionale, non dipende quindi né da motivazioni tecniche sull'impossibilità di tornare indietro sul tema della fiducia, né da vincoli di tipo politico che costringano il M5S a sostenere l'esecutivo Bersani a qualsiasi costo.
Motivazioni ben più probabili sono la scelta consapevole di non accollarsi responsabilità di governo, e la volontà di non stringere accordi con altre forze politiche - sicuramente partendo da una sfiducia di fondo per certi aspetti decisamente giustificata - in maniera indipendente dalla bontà del programma proposto e dalle proprie possibilità di terminare l'esperienza governativa.

Il secondo filone critico sul dibattito relativo alla priorità tra l'abbattimento della classe politica e l'operato per l'Italia, che abbandona il campo prettamente tecnico per addentrarsi in quello più filosofico, riguarda l'identificazione di questi due obiettivi.
Secondo questo pensiero, sostanzialmente, il bene del Paese e la distruzione del sistema partitico, della democrazia rappresentativa e all'interno di questo processo dell'attuale ceto politico, sono in realtà un unico tema.
È fuor di dubbio che la politica italiana sia - e lo sia da tempo - un ostacolo alla crescita e allo sviluppo del Paese anziché esserne il volano. Burocrazia, clientelarismo, corruzione, politiche economiche dissennate, sono tutti macigni che pesano su imprese e lavoratori italiani, e tutte le forze politiche "classiche", vuoi per ignavia vuoi per effettiva complicità a mantenere e diffondere un sistema fondato sul malaffare, hanno la loro parte di responsabilità.
Ritenere tuttavia che qualsiasi attività di governo - o quantomeno legislativa in un contesto di reale partecipazione al cambiamento del Paese - debba essere subordinata all'eliminazione della classe politica o addirittura ad un radicale mutamento del sistema politico, è un'affermazione molto più forte. Calata in un contesto reale, significa subordinare al pensionamento di Berlusconi e Bersani una legge che tuteli chi ha perso o sta perdendo il lavoro, chi desidera aprire un'impresa, chi voglia avere giustizia in un processo in tempi ragionevoli, chi desideri difendere un luogo di pregio naturalistico o artistico dal cemento, chi lotta quotidianamente contro la criminalità organizzata.
Secondo il MoVimento 5 Stelle è impossibile in sostanza realizzare in collaborazione con il PD - si parla del PD perché nell'attuale parlamento sono i democratici ad avere la golden share - leggi che consentano in sostanza ai cittadini di sopportare meglio la crisi e consentano al Paese di uscirne, e anzi la realizzazione di simili leggi deve essere subordinata al raggiungimento della maaggioranza assoluta da parte del M5S.
L'affermazione è vera? A rigor di logica, no. Anche non aprendo nessuna linea di credito al PD e ragionando in termini di pura forza numerica del MoVimento 5 Stelle, emerge come i grillini abbiano una massa critica tale da poter imporre i propri desideri in piena tranquillità, soprattutto se il PD - secondo la linea tenuta finora - rifiuta l'appoggio del PdL.
La rottamazione dei partiti, in sostanza, non è una condizione strettamente necessaria all'impostazione di una linea politica volta alla realizzazione di quelle manovre che i cittadini chiedono a gran voce.
Subordinare quindi l'attuazione delle proprie politiche - considerando aprioristicamente impossibile una collaborazione con gli altri partiti - alla cancellazione dell'attuale sistema istituzionale non è un passaggio obbligato della storia politica del M5S, ma una precisa scelta di campo, del tutto legittima ma che deve essere esplicitata: il M5S è in Parlamento per scardinare il sistema politico, e non - o almeno solo in subordine - per rispondere alle esigenze immediate dei cittadini.

L'evoluzione del M5S è in questo evidente: non più watchdog della politica, non più moralizzatore della politica, ma una sorta di angelo della morte per i partiti. Fino a non molto tempo fa, Grillo non si sarebbe sottratto all'opportunità di avere la golden share su un governo e sulla grande possibilità di mettere in pratica le proprie politiche. Oggi, dietro al velo del voto di fiducia, si nasconde un mutamento molto più sottile, che vede il M5S rifiutare qualsiasi corresponsabilità nel cercare di sistemare la situazione attuale nel nome della propria purezza.
Una purezza che potrebbe però costare cara: se si dovesse assistere ad un ritorno alle urne in tempi brevi, un partito considerato indisponibile a sporcarsi le mani per governare il Paese a meno di non raggiungere da solo la maggioranza assoluta dei seggi rischia di essere percepito come inaffidabile. Se si dovesse entrare in campagna elettorale con lo schema mentale dei tre blocchi nessuno dei quali in grado di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi, l'attuale indisponibilità a qualsiasi forma di dialogo da parte di Grillo potrebbe portare a considerare il voto al M5S, paradossalmente, come un sostegno al più rigido immobilismo anziché al cambiamento.

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