domenica 21 aprile 2013

Reset PD (Parte I)

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Nachtmahr, di Johann Heinrich Füssli

Quanto accaduto nelle elezioni del Presidente della Repubblica, culminato nella riconferma del mandato di Giorgio Napolitano, è con ogni probabilità l'evento più emblematico e doloroso della storia della sinistra italiana, per quanto con ogni probabilità destinato ad essere superato dagli eventi del prossimo futuro, a partire dalla formazione del prossimo esecutivo.

L'aver trasformato quella che sarebbe dovuta essere una cavalcata elettorale trionfale in uno scialbo pareggio, da lì arrivare progressivamente a chiudersi ogni strada politica che non fosse l'apertura a Berlusconi, l'aver rinnegato il proprio padre fondatore Romano Prodi, aver evidenziato l'incapacità di eleggere o anche solo proporre un nome per la Presidenza della Repubblica pur controllando nominalmente il 49% dell'assemblea dei grandi elettori, e infine il giungere alla formazione del governo come socio di minoranza di Berlusconi, è un capolavoro politico al contrario, che senza alcun dubbio i politici di domani studieranno come esempio negativo.

Quanto accaduto al Partito Democratico, in realtà, non è altro che la proposizione violenta e purulenta di tutte le contraddizioni interne che il centrosinistra italiano si porta dietro, e non solo dalla fondazione del PD nel 2007.
Alla prima votazione in cui i democratici potevano dettare la linea, sono esplosi in una miriade di correnti e correntine, ed è venuto alla luce un verminaio di scontri fratricidi e tradimenti che trascendono il concetto di normale dissenso dialettico fra correnti e assomigliano piuttosto ad una miserevole guerra tra bande.
Bersani si è dimostrato incapace di gestire il partito. Retrospettivamente, si potrebbe anche affermare che la sua campagna elettorale tutto sommato evanescente fosse legata a questo scarso controllo che il segretario aveva sulla propria formazione, ma anche sena arrivare a simili conclusioni il voto sulla Presidenza della Repubblica, culminato nell'implorazione a Napolitano di accettare un secondo mandato, ha messo per bene in luce come nel PD a comandare siano maggiorenti più o meno occulti, che controllano il voto infischiandosene tanto delle opinioni dei militanti e dei simpatizzanti quanto - soprattutto - della perorazione delle istanze del popolo che li ha scelti come rappresentanti.

Mai come ora la sinistra di governo italiana rischia di restare senza una rappresentanza politica: coloro che rifiutano l'esplicita alleanza con Berlusconi, che non approvano i metodi di Grillo e al tempo stesso non si identificano nel partito personalistico di Vendola sono un patrimonio di idee, competenze e in ultima analisi di voti impressionante, un vuoto potenziale che non tarderà ad essere colmato.
Ma come, e da chi?

Vi è chi dice che la sopravvivenza stessa del PD è in gioco. Sicuramente vero, ma è altrettanto vero che il PD è anche la formazione che ha le maggiori energie per uscire da un disastro del genere. Trattandosi di un partito non personalistico, le sue sorti non sono legate a quelle di una singola persona, né tantomeno a quelle del gruppo dirigente.
Sarà tuttavia il modo in cui si uscirà da questa situazione che determinerà il futuro del partito e in generale della sinistra italiana.

I problemi sono di due ordini: il primo riguarda la struttura del partito, il secondo invece, molto più prettamente, riguarda la collocazione politica.
In questa prima parte dell'articolo verrà analizzato il primo problema, ed in particolare il tema della rappresentanza e del ruolo degli iscritti e dei simpatizzanti.

Gli ultimi anni hanno visto - è innegabile - una progressiva apertura del partito verso la base, dapprima attraverso l'istituzione delle primarie per la scelta del segretario, e successivamente con l'apertura di questo genere di consultazioni anche per la scelta dei parlamentari.
La spaccatura nei voti per Marini prima e per Prodi poi durante le votazioni per il Quirinale rispecchia in maniera piuttosto fedele le divergenze tra la dirigenza del partito, spesso cooptata dall'alto con posti sicuri in lista, e le nuove leve elette tramite le primarie.
Non devono stupire in tal senso gli attacchi alle primarie stesse, colpevoli di aver portato in Parlamento candidati inesperti, troppo emotivi, incapaci di resistere alle pressioni di un popolo di simpatizzanti, a dire di qualcuno, troppo umorale e troppo prono a inchinarsi dinanzi al mito di turno, con espliciti riferimenti a Rodotà.
Sono sintomatiche a tale proposito le parole dell'ex-presidente del Partito Demcoratico, Rosy Bindi:
Che noi avessimo, e abbiamo bisogno tuttora, di un rinnovamento della classe dirigente, è fuori discussione. Che il modo per ottenere il risultato fosse quello che ha realizzato Bersani, mi ha trovato profondamente contraria da molto tempo. Ma soprattutto abbiamo portato in Parlamento, con le primarie, alcune persone che in questi giorni hanno dimostrato di non avere consapevolezza del proprio compito, in un momento in cui va rilanciato il ruolo del Parlamento.
La reazione della Bindi non può che essere letta come un'autodifesa: dinanzi al nuovo che avanza, una dirigenza senza più alcun occhio al mondo non può che sperare in una chiusura che consenta un'autoperpetuazione dei ruoli di comando, contando tuttavia su clientele e voto di bandiera via via in esaurimento.
Dall'altra parte la linea dei giovani del partito, ben rappresentati in questi ultimi giorni dalle figure di Civati (giovani anagraficamente parlando) e di Mineo (giovani politicamente parlando), tra i pochi che sono stati in grado di mantenere il contatto con gli elettori anche dopo gli incresciosi eventi di Montecitorio.

La critica rivolta dalla Bindi ai parlamentari eletti con le primarie, sia nelle sue parole esplicite che soprattutto in quelle sottintese, ha dell'incredibile e - in giornate come queste - quasi dell'osceno.
Si rimprovera ai parlamentari della generazione di Twitter e Facebook di saper pensare solo in funzione degli umori della propria base, di non saper seguire una linea politica coerente e a lungo termine, di pensare in ultima analisi alla soddisfazione immediata del proprio elettorato.

Sarebbero anche critiche sensate, se non fosse invece una gigantesca, mistificante strumentalizzazione, e ciò appare tanto più vero se si considerano le differenti defezioni nei casi delle votazioni che hanno visto bruciarsi Marini e Prodi.
Le due candidature sono state in primo luogo scelte in maniera differente: Marini è stato il frutto di un accordo privato di parte della dirigenza con Berlusconi, accordo i cui i grandi elettori del PD sono stati chiamati a dare ratifica e basta.
Prodi è stato liberamente votato dall'assemblea.
Ma la vera differenza è che chi ha silurato Marini lo ha fatto alla luce del sole, dicendolo, scrivendolo in rete e spiegando anche perché ha agito come ha agito. Dopo due giorni, ancora non è venuto fuori un solo nome di coloro che hanno tradito Prodi.
In entrambi i casi si è andati contro le linee imposte dal partito, ma in un caso si è risposto a viso aperto dinanzi alla sollevazione della base, nell'altro si è invece consumato un parricidio nell'ombra. Come non vedere le differenze?

Chi ha ceduto alla piazza e non ha votato Marini ha forse interrotto qualche abile manovra politica? Se Marini fosse stato eletto Presidente della Repubblica il PD avrebbe messo a segno qualche colpaccio politico che ne avrebbe assicurato il successo elettorale o la realizzazione del programma politico? Rispondere alle istanze della piazza disobbedendo alla linea ha interrotto qualcosa?
Forse sì, ma la base non ha il diritto di saperlo, soprattutto in un momento in cui la fiducia nel partito è ai minimi?
Ecco in cosa la Bindi sbaglia - a pensare bene - o rimescola le carte: il filo diretto con gli elettori, essere parlamentari che votano con il cellulare o con Twitter acceso non significa mancare di visione strategica, non significa essere incapaci di scontentare la base.
Significa piuttosto comunicare, significa spiegare, significa saper trasmettere un messaggio di vicinanza e comunione anche quando si deve andare contro i desideri degli elettori, significa saper dire perché si stanno compiendo degli atti apparentemente incomprensibili e rassicurare un popolo deluso che ogni azione, ogni voto, è fatto per loro e per il Paese.
Invece ci si ritrova ancora a non sapere perché Rodotà non aveva le caratteristiche adatte per essere Presidente della Repubblica secondo il PD, o per meglio dire per quelle aree del PD che si sono opposte alla sua nomina.

Lo scontro che si produrrà nel prossimo congresso - con l'augurio che sia prima dell'estate - sarà proprio tra queste due forme di partito, l'una aperta, fatta di comunicazione e trasparenza di intenti, e l'altra chiusa, vocata solo alla cooptazione dall'alto e alla perpetuazione del potere.

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