giovedì 29 agosto 2013

IPCC, modelli da rifare?

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Nel 2014 verrà pubblicato, dopo una gestazione pluriennale, il Fifth Assessment Report (AR5) dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, a ben sette anni di distanza dal report precedente.

Gli Assessment dell'IPCC si pongono l'obiettivo di ripercorrere tutte le recenti evoluzioni della climatologia e di fornire un compendio ufficiale e dei principali lavori svolti sul tema, allo scopo di presentarsi come hub e - attraverso la peer review - strumento di validazione di ricerche e articoli dedicati ai cambiamenti climatici, agli effetti politici, sociali ed economici ad esso legati e ai possibili strumenti che si possono mettere in atto per contrastarne gli effetti più negativi.
L'IPCC non svolge ricerche indipendenti in materia climatologica, limitandosi quindi a ufficializzare risultati altrui. Questo non ha però impedito all'organizzazione di finire nel mirino dei media nel 2009, due anni dopo l'uscita dell'AR4, per lo scandalo Climategate, quando una fuga di mail riservate della Climate Research Unit dell'Università di Norwich evidenziò presunte manipolazioni di dati allo scopo di incrementare l'importanza delle attività umane nei cambiamenti climatici in atto ed in particolare nel progressivo riscaldamento del pianeta.
Le indagini si chiusero con la sostanziale assoluzione degli scienziati coinvolti e la polemica si spense poco a poco, ma ora una nuova serie di verifiche rischia di mettere sotto torchio l'AR5 prima ancora della sua effettiva pubblicazione, e questa volta sulla base della mera osservazione dei dati.

La stesura del quinto Assessment, infatti, è iniziata poco dopo la pubblicazione del quarto, nel 2007. Alcuni dei lavori che costituiscono l'ossatura portante del report sono valutazioni previsionali dell'andamento delle temperature medie terrestri a partire dal 2007, e quindi già da ora confrontabili con i dati reali.
E se i dati reali smentiscono questi valori, l'intero Assessment rischia di fondarsi su premesse sostanzialmente non valide.

Esistono cinque metodologie di misurazione delle temperature globali del pianeta, generalmente nominate dall'ente che pubblica i dati: in particolare GISS, CRU e NCDC forniscono rilevazioni delle temperature superficiali, mentre UAH e RSS invece forniscono rilevazioni basate sui dati satellitari registrate ad altezze differenti (bassa troposfera, media troposfera, bassa stratosfera).

Anomalie di temperatura
in bassa troposfera (1979-2013)

Anomalie di temperatura
in media troposfera (1979-2013)

Anomalie di temperatura
in bassa stratosfera (1979-2013)

I report utilizzati dall'IPCC per il periodo 2005-2013 prevedevano un incremento delle temperature medie di 0,2° C, laddove nello stesso periodo la media dei tre strumenti di misura terrestri ha fornito un decremento delle temperature di 0,05° C, la media dei due strumenti di misurazione satellitari (relativamente alla bassa troposfera) ha restituito un decremento di 0,02° C e infine la media di tutti e cinque gli strumenti di rilevazione ha segnato un decremento delle temperature medie del pianeta di 0,04° C.

In generale, quindi, i modelli predittivi utilizzati come base per l'AR5 hanno fornito, in un periodo di otto anni, un errore di rilevazione stimabile tra il quinto ed il quarto di grado centigrado, una cifra enorme sia se la si pensa proiettata su periodi temporali più lunghi, sia soprattutto se si pensa a quali sconvolgimenti climatici una semplice frazione di grado può portare.

Differenza tra le previsioni IPCC
e la media delle registrazioni di anomalia di temperatura
(2005-2013)

Ciò non significa naturalmente che il riscaldamento globale sia una bufala: le temperature, pur stazionarie a livello generale negli ultimi anni, permangono comunque sui livelli più alti mai registrati - e se le serie satellitari si spingono solo fino alla fine degli anni '70, molti dataset terrestri riferiti a diverse località hanno ormai valenza secolare. Inoltre in molte zone anche del nostro Paese non occorre un ulteriore riscaldamento per compromettere ecosistemi e pratiche agricole già seriamente alle strette dai cambiamenti finora avvenuti.
Né deve necessariamente pensarsi ridimensionata la componente antropica nell'andamento delle temperature globali, in quanto non è chiaro quale sarebbe potuto essere tale andamento se non fosse mai avvenuta, ad esempio, la rivoluzione industriale.
Con ogni probabilità gli errori modellistici derivano da una sottostima dell'impatto del Sole nella determinazione delle temperature del pianeta e da distribuzioni di probabilità troppo grossolane per un sistema così caotico come è il pianeta Terra.

Comunque sia, lo scopo dei report IPCC non è - o non dovrebbe essere - assegnare responsabilità, né si dovrebbe limitare a fornire puri prospetti teorici, il cui errore significherebbe solamente la necessità di sostituire un modello con un altro.
I panel IPCC si propongono piuttosto di fornire una piattaforma di dati e ricerche tale da costituire la base di qualsiasi azione politica, nazionale o globale, volta a contrastare o quantomeno mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico.

Sotto questo aspetto l'idea di report non corretti, o fondati su premesse palesemente smentite dai dati reali, è deleteria tanto per la credibilità dell'IPCC quanto soprattutto perché attraverso questo report i Paesi possono arrivare a decidere le loro politiche ambientali ed energetiche.
Nel raffronto con i dati reali e osservati le scelte di campo tra sostenitori dell'AGW e relativi detrattori che le incertezze della scienza climatologica ancora consentono dovrebbero passare in secondo piano, fermarsi all'evidenza dei numeri registrati e al fatto che i modelli su cui si fonderanno le politiche ambientali del prossimo lustro si sono dimostrati errati e prendere atto che su queste premesse gli Stati spenderanno soldi, decideranno di assegnare incentivi, convertiranno produzioni agricole o industriali, imposteranno politiche idriche.

La scienza, una scienza seria, rigorosa e obiettiva, deve essere al servizio della politica, e la politica ha l'esplicito dovere di seguirne le indicazioni, semplicemente perché non farlo significa produrre inefficienze. È tuttavia necessario che a sua volta la scienza sia sgombra da interessi di parte, quali che siano, e si limiti a fare il suo mestiere: descrivere la realtà.

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