venerdì 6 maggio 2011

Dati AGCom aprile 2011

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Sul sito dell'AGCom sono stati pubblicati i dati relativi al pluralismo politico ed istituzionale dei telegiornali italiani, riferiti al mese di aprile 2011. La campagna elettorale per le elezioni amministrative che si terranno a metà maggio ha avuto un duplice effetto: da un lato i dati sono stati pubblicati con notevole anticipo - almeno una decina di giorni - rispetto al consueto standard tenuto dall'Autorità; dall'altro le esigenze di monitoraggio e verifica richieste proprio dal periodo di campagna elettorale hanno reso preferibile una pubblicazione in più tranche. Nell'attesa che venga pubblicato dunque il file riepilogativo con i dati del mese, essi sono disponibili ai seguenti link: Parte I, Parte II, Parte III e Parte IV.
Le ore complessive di informazione politica si sono attestate poco sotto il valore 200, il più alto dell'anno a parte febbraio.

Proprio le esigenze della campagna elettorale avrebbero dovuto rinforzare il vincolo della par condicio nei telegiornali, e garantire una distribuzione più equa del tempo tra le varie forze dello scacchiere politico nazionale.
Come però si può vedere dai dati, non è andata per niente così, ed aprile risulta anzi essere il mese per il momento meno equilibrato di tutto il 2011.

Dati AGCom aprile 2011

Rispetto ai mesi precedenti si nota un calo della componente istituzionale, del tutto prevedibile in un mese di preparazione ad un importante appuntamento elettorale, in favore della parte più prettamente politica, eppure di tale spazio lasciato improvvisamente libero se ne appropria in maniera invasiva il PdL, vero dominatore incontrastato - assieme al Governo - dei telegiornali italiani.
Pressoché tutte le altre formazioni subiscono un calo importante del tempo a loro disposizione, ed a risentirne maggiormente paiono essere le forze di opposizione.

Dati AGCom aprile 2011 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Come si vede dagli istogrammi, le istituzioni hanno avuto un calo piuttosto sostanzioso tra marzo ed aprile, passando al 53% medio. Sono in calo sia il Governo che il Presidente del Consiglio, attestati rispettivamente al 22% circa ed al 14% circa del tempo complessivo (-6% complessivo). Secondo una prassi ormai stabilizzata, tra i telegiornali principali è il TG1 ad essere maggiormente generoso con le cariche istituzionali, affiancato in questa occasione dal TG2. Al contrario, è il TG4 quello che vi dedica lo spazio minore.

Dati AGCom 2011 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

La maggioranza letteralmente esplode: cresce di oltre il 10% su base mensile e si attesta al suo maggior valore da inizio anno. Il PdL fa la parte del leone in questo frangente, con oltre il 20% del tempo complessivo.
Al contrario in fortissimo calo l'opposizione, che perde un altro 3% da marzo - circa il 10% da febbraio - e si attesta al 21%. Naturalmente è il Partito Democratico a soffrire maggiormente della riduzione dello spazio destinato alle forze di opposizione, ridotto all'11% dello spazio complessivo con un costante calo di un punto percentuale al mese.
Il valore dell'opposizione è forse il più importante dei tre del grafico: poiché istituzioni e maggioranza fanno generalmente parte della medesima parte politica - Presidente della Repubblica e Presidente della Camera non smuovono le percentuali in maniera significativa - si può ben dire come il tempo messo a disposizione della compagine berlusconiana sia circa il quadruplo di quello a cui sono relegate tutte le forze di opposizione, laddove la legge vorrebbe invece fosse il doppio.

Dati AGCom aprile 2011 aggregati per
area politico-culturale

Il violento incremento del tempo messo a disposizione al Popolo della Libertà naturalmente impatta anche sulla suddivisione per area politica: il centrodestra diventa formazione preponderante con un 46% medio (+14% su marzo), mentre il centrosinistra arretra al 32% medio (-7% su marzo). Per entrambi gli schieramenti si tratta di limiti estremi, rispettivamente in positivo ed in negativo, ancora mai toccati nel corso dell'anno. Fortemente penalizzato anche il centro moderato, mentre le formazioni di destra si mantengono su livelli dignitosi. Al solito, quasi del tutto assente dallo spazio mediatico la sinistra estrema.

Dati AGCom 2011 aggregati per
area politico-culturale

Sono stati principalmente i telegiornali dell'area Mediaset a dare spazio ai partiti di centrosinistra, TG4 e Studio Aperto in primis, mentre le reti di Telecom Italia (La7 e MTV) sono quelle dimostratesi più avare verso le formazioni progressite.

Dati AGCom 2011 aggregati per mese

Esaminando in dettaglio l'andamento delle singole formazioni su base mensile si possono notare alcuni trend consolidati e alcune inversioni di tendenza: PD e FLI continuano il loro calo a ritmi più o meno costanti, e se il primo resta comunque la seconda formazione politica sulla scena, il secondo rischia ormai la scomparsa dai teleschermi; UdC e SEL sembrano aver trovato un punto di equilibrio intorno al quale oscillano, mentre l'IdV ha mostrato nell'ultimo mese un balzo in avanti probabilmente riconducibile anche alle tematiche sulla giustizia, che tanto hanno fatto discutere, sollevate nel mese di aprile.
Il fortissimo incremento del PdL, che compensa conservando anche un certo margine il calo di Governo e Presidente del Consiglio, ridisegna completamente i rapporti tra i partiti: la formazione berlusconiana da sola occupa il doppio del tempo del PD, ed il 25% in più circa di tutta l'area di centrosinistra.

Pur essendo un'analisi puramente quantitativa, non in grado di esaminare il modo e l'approccio con cui lo spazio politico è stato distribuito tra i vari partiti, è indubbio che i valori di aprile costituiscono un segnale molto preoccupante per la salute dell'informazione in Italia, e questo in special modo in un periodo delicato come la campagna elettorale.
Come già nel mese precedente, il TG4 riesce a dimostrarsi il più equilibrato in assoluto, seguito da TG3 e MTVFlash. Tuttavia è innegabile come la riduzione del tempo dell'oppposizione ad un risicato 20% sia il segnale di un severo problema nel meccanismo dell'informazione italiana, che autorizza a pensare ad un controllo reale dei media in grado di intensificarsi nei momenti di campagna elettorale allo scopo di pilotare a piacimento le opinioni dei cittadini.

mercoledì 4 maggio 2011

Il Canada esce dall'impasse

Composizione della nuova House of Commons del Canada

Dopo ben sette anni di instabilità politica, con tre governi di minoranza - uno guidato dal centrista Partito Liberale, e due in mano al Partito Conservatore - via via succedutisi, le elezioni del 2 maggio 2011 per il rinnovo della House of Commons hanno segnato un vero e proprio punto di svolta nel panorama politico del grande Paese nordamericano, dando il via ad un governo di stampo conservatore finalmente in grado di controllare il Parlamento.

Complici della recente instabilità politica canadese sono stati la legge elettorale, maggioritaria a turno unico sui 308 seggi in cui è diviso il Paese, e la progressiva diminuzione del numero dei partiti, che hanno reso sempre più difficile la vittoria del Partito Liberale, la formazione centrista che ha dominato la scena politica del Paese nel corso del XX secolo.
In particolare la mossa vincente delle formazioni di centrodestra è stata, nel 2003, la fusione tra l'Alleanza Canadese ed il Partito Conservatore Progressista nel Partito Conservatore, schieramento in grado di competere in termini di consenso con il Partito Liberale.
Proprio i conservatori sono stati i vincitori delle tornate elettorali del 2006 e del 2008, senza però mai riuscire ad esprimere la maggioranza dei seggi, impresa invece finalmente riuscita in questo terzo tentativo.


PartitoSeggi 2011Seggi 2011 (%)Seggi 2008Seggi 2008 (%)
Conservative16754,2%14346,4%
New Democratic Party10233,1%3712,0%
Liberal3411,0%7624,8%
Bloc Québécois41,3%5016,2%
Green Party10,3%10,3%
Altri00,0%20,7%


La tabella mostra l'assegnazione dei seggi parlamentari, mettendo anche a confronto gli esiti delle elezioni 2011 con quelli delle precedenti consultazioni del 2008.
Sono svariati, in generale, gli spunti di riflessione offerti da un simile risultato.

In primo luogo, è da segnalare una ripresa dell'affluenza dopo che nel 2008, con il 59,1% di votanti, si era toccato il minimo storico di affluenza alle urne. Le elezioni 2011 sono risalite oltre la soglia del 60%, assestandosi ad un complessivo 61,4%. Sono state principalmente le regioni costiere del Paese a rispondere alla chiamata alle urne, con punte del 74% di affluenza nel feudo liberale della Prince Edward Island; al contrario, le zone centrali e meno densamente popolate del Canada hanno prodotto percentuali anche al di sotto del 50%, come avvenuto in Nunavut (47,4%) o nei Northwest Territories (48,2%).
Malgrado il segnale incoraggiante, non si può tuttavia dire che il Canada abbia ritrovato l'amore per la politica: il dato finale dell'affluenza risulta comunque il secondo più basso della serie storica delle elezioni politiche del Paese nordamericano, e in ogni caso ben al di sotto delle aspettative che la grande affluenza durante i primi giorni del voto - +35% sul 2008 - aveva generato.


BilancioConservativeNew Democratic PartyLiberalBloc QuébécoisGreen PartyAltriNon assegnatiTotale +
Conservative-226001231
New Democratic Party6-174401068
Liberal00-00000
Bloc Québécois000-0011
Green Party1000-001
Altri00000-00
Totale -72434402--


Il secondo punto di interesse è stato naturalmente l'entità del successo dei Conservatori: gli ultimi sondaggi avevano evidenziato una risalita del NDP in grado di riaccendere una competizione elettorale altrimenti scontata, ma alla fine il partito di centrodestra non è stato toccato da questa fuga di voti verso sinistra, riuscendo anzi ad incrementare i propri consensi passando dal 37% al 39% e a sfruttare la spartizione dei voti tra liberali e socialdemocratici per imporsi - grazie al maggioritario a turno unico - in 167 seggi, un numero sufficiente per controllare il Parlamento e varare il primo governo non di minoranza dopo 7 anni di vera incertezza politica.
La figura di Stephen Harper, il leader conservatore, è stata in grado di conquistare la fiducia dell'elettorato; grazie alle due precedenti esperienze di governo di minoranza è riuscito a sopire i dubbi legati alla convivenza tra le due anime del partito - più moderata e laicista quella proveniente dal Partito Conservatore Progressista, più radicale quella dell'Alleanza Canadese - e ad attrarre parte dei voti centristi grazie ad una politica non appiattita su posizioni estremiste di destra, come mostra la grande quantità di seggi che i Conservatori sono riusciti a strappare ai Liberali.

Se i Coservatori cantano vittoria, i Liberali hanno subito la peggiore sconfitta della loro storia politica, relegati al ruolo di terza forza del Paese, frantumati da emorragie di voti sia verso destra che verso sinistra. Sono stati 26, infatti, i seggi che i Liberali hanno perduto verso i Conservatori, e 17 quelli ceduti invece al NDP. Il leader del partito Michael Ignatieff, sconfitto nel suo stesso seggio elettorale, ha rassegnato le dimissioni. I Liberali lasciano sul campo circa 900.000 voti, che vanno a sommarsi agli 850.000 già persi per strada tra il 2006 ed il 2008 e sono il segno inequivocabile di un partito completamente smarrito e, ragionando unicamente in funzione della legge elettorale canadese, che non ha saputo interpetare e reagire alla fusione dei due partiti di centrodestra in un'unica formazione.

Il New Democratic Party si può considerare sicuramente molto soddisfatto del risultato ottenuto: 102 seggi, con un incremento di 66 unità rispetto al 2008, il 30% delle preferenze popolari, con un aumento di due milioni di voti rispetto alle precedenti elezioni, sono un risultato senza precedenti nella storia del partito socialdemocratico canadese. Come emerge dalla tabella, il partito perde solo due seggi verso i Conservatori, e ne conquista 68, di cui 6 dai Conservatori stessi, 17 dai liberali, ben 44 dal Bloc Québécois, letteralmente cannibalizzato, ed uno dagli indipendenti. Il carisma di Jack Layton, leader del partito di centrosinistra, è stato in grado di compattare dietro alla NDP buona parte dello schieramento progressista canadese, in special modo nella regione francofona del Québec, che ha voltato le spalle al partito separatista locale per schierarsi verso una formazione parimenti progressista nelle idee ma più inserita nel quadro nazionaale.
La relativa impermabilità tra Conservatori e NDP, unita alla debolezza che attraversa i Liberali possono essere indicazioni importanti sul futuro del quadro politico canadese, che pare avviato verso una progressiva scomparsa del centro a favore di un bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra.

Proprio il Bloc Québécois ed il suo leader Gilles Duceppe (come Ignatieff sconfitto nel suo seggio e dimissionario) sono gli altri grandi sconfitti della tornata elettorale, spazzati via nel Québec, unica regione in cui si presentano, dal NPD. I due partiti sono entrambi riconducibili al centrosinistra, ed il Bloc si distingue per la sua politica autonomista. La mossa di accentuare proprio questo tratto della politica del partito si è dimostrata disastrosa: il Bloc ha perso, per molti elettori, la sua collocazione progressista per diventare un partito indipendentista, risultando duramente punito nelle urne. Un bilancio netto di -43 seggi e di -400.000 voti sono la pesante eredità di una formazione la cui stessa sopravvivenza appaare oggi in pericolo.

Esultano infine anche i Verdi, che con Elizabeth May riescono ad accedere per la prima volta in un Parlamento nordamericano, malgrado anche questa formazione abbia sofferto l'avanzata del NDP in termini di voti complessivi: il partito ecologista infatti lascia sul campo ben 400.000 voti.

RegioneConservativeNew Democratic PartyLiberalBloc QuébécoisGreen Party
British Columbia21 (-1)45,5% (+1,1%)12 (+3)32,5% (+7,5%)2 (-3)13,4% (-5,9%)0 (0)-1 (+1)7,7% (-1,7%)
Alberta27 (0)66,8% (+2,2%)1 (0)16,8% (+4,1%)0 (0)9,3% (-2,1%)0 (0)-0 (0)5,3% (-3,5%)
Saskatchewan13 (0)56,3% (+2,6%)0 (0)32,3% (+6,7%)1 (0)8,6% (-6,3%)0 (0)-0 (0)2,7% (-2,9%)
Manitoba11 (+2)53,5% (+4,8%)2 (-2)25,8% (+1,8%)1 (0)16,6% (-2,5%)0 (0)-0 (0)3,6% (-3,2%)
Ontario73 (+22)44,4% (+5,2%)22 (+5)25,6% (+7,4%)11 (-27)25,3% (-8,5%)0 (0)-0 (0)3,8% (-4,2%)
Québec6 (-4)16,5% (-5,2%)58 (+57)42,9% (+30,7%)7 (-7)14,2% (-9,5%)4 (-45)23,4% (-14,7%)0 (0)2,1% (-1,4%)
New Brunswick8 (+2)43,9% (+4,5%)1 (0)29,8% (+7,9%)1 (-2)22,6% (-9,8%)0 (0)-0 (0)3,2% (-3,0%)
Nova Scotia4 (+1)36,7% (+10,6%)3 (+1)30,3% (+1,4%)4 (-1)28,9% (-0,9%)0 (0)-0 (0)4,0% (-4,0%)
Prince Edward Island1 (0)41,2% (+5,0%)0 (0)15,4% (+5,6%)3 (0)41,0% (-6,7%)0 (0)-0 (0)2,4% (-2,3%)
Newfoundland and Labrador1 (+1)28,4% (+11,9%)2 (+1)32,6% (-1,3%)4 (-2)37,9% (-8,7%)0 (0)-0 (0)0,9% (-0,8%)
Yukon1 (+1)33,8% (+1,0%)0 (0)14,4% (+5,4%)0 (-1)33,0% (-12,3%)0 (0)-0 (0)18,9% (+5,9%)
Northwest Territories0 (0)32,1% (-5,5%)1 (0)45,8% (+4,3%)0 (0)18,4% (+4,8%)0 (0)-0 (0)3,1% (-2,4%)
Nunavut1 (0)49,9% (+15,1%)0 (0)19,4% (-8,2%)0 (0)28,6% (-0,6%)0 (0)-0 (0)2,1% (-6,4%)


La disaggregazione dei dati su base territoriale permette di comprendere meglio l'evoluzione delle formazioni politiche canadesi dal 2008 al 2011: se si analizza l'andamento del voto - a volte diverso da quello dei seggi a causa del sistema elettorale - si notano tendenze differenti nelle varie province canadesi.
In nove territori su tredici (tutti eccetto Québec, Newfoundland and Labrador, Northwest Territories e Nunavut sia i conservatori che i neodemocratici sono in crescita in termini di consensi, a riprova di un elettorato di fatto separato che si espande ai danni dei Liberali.
Nei Northwest Territories e nel Québec, invece, si assiste ad un effettivo spostamento a sinistra dell'elettorato, mentre nelle due restanti regioni si assiste ad un generale spostamento a destra.

In generale in Canada pare si stia assistendo ad un bipolarismo in via di formazione, con solo i Northwest Territories e lo Yukon a premiare terze forze rispetto alle precedenti consultazioni, in particolare liberali ed ecologisti: sarà interessante capire se l'elettorato liberale si smembrerà ulteriormente e verso che direzione. È infatti innegabile ad esempio che la strabiliante vittoria dei conservatori in Ontario, la provincia più popolosa e determinante per l'esito delle consultazioni, è derivata dal fatto che Liberali e NDP si sono equamente spartiti i voti, annullandosi a vicenda spianando la strada al partito di Harper.

Il NDP è atteso alla difficile prova di dimostrare di essere una forza di opposizione credibile, in un Paese dove il leader dell'opposizione è una figura istituzionale: solo in questo modo potrà riuscire ad attirare ulteriori consensi di matrice liberale e confermare lo straordinario successo ottenuto in Québec.
Le occasioni non mancheranno: il programma elettorale di Harper si fonda su principi di neoliberismo antitetici a qualsiasi programma di governo socialdemocratico. Se infatti misure come l'introduzione del monocameralismo e l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti possono essere bipartisan, e se il generoso welfare canadese non pare in pericolo, le misure in campo economico saranno acceso terreno di scontro. Harper si è da subito mostrato contrario a misure ambientaliste come le carbon tax o le tasse di scopo, ed al contrario spera di attirare investimenti abbattendo le aliquote fiscali alle grandi imprese portandole al 15% dall'attuale 18%. Altro tema di scontro sarà il tema del controllo della rete Internet, che secondo le intenzioni dei conservatori dovrebbe essere sottoposta a maggiori controlli per soddisfare le esigenze di sicurezza previste dall'establishment del partito.

Se da un lato, quindi, il Partito Conservatore ha finalmente trovato la forza per governare davvero, dopo troppi anni passati nella parte dell'anatra zoppa, dall'altra l'incredibile valanga socialdemocratica di queste elezioni può a sua volta costituire una piattaforma di visilità mediatica e programmatica che se ben sfruttata può essere il trampolino di lancio per le prossime elezioni. Appuntamento al 2015.

lunedì 2 maggio 2011

Torino, candidati a confronto

Palazzo Civico, sede del Comune di Torino

Malgrado l'attenzione, per le amministrative 2011, sia calamitata su Milano e sulla sfida tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia, l'appuntamento di Torino merita sicuramente molta attenzione, sia per l'importanza della città in sé - quarta città italiana per popolazione, terza tra quelle coinvolte nelle elezioni di maggio - sia perché costituisce uno dei pochi ambienti dove il centrosinistra è riuscito a proiettare un'immagine vincente nel nord del Paese, sia, infine, perché si dovrà eleggere il successore di un Sindaco universalmente apprezzato e stimato come Sergio Chiamparino.

Saranno tredici i candidati a sfidarsi per la carica di Sindaco del capoluogo piemontese, contro i nove delle elezioni 2006. Le liste sono invece in diminuzione, passando dalle trentanove delle precedenti consultazioni alle attuali trentasei.

Piero Fassino (PD)
Il primo sorteggiato sulla scheda è stato Piero Fassino, ultimo segretario dei DS e candidato del centrosinistra. Fassino è sostenuto da sette liste: Partito Democratico, Moderati per Fassino, Sinistra Ecologia e Libertà, Italia dei Valori, Torino Laica Socialista Libertaria - PSI, Piemonte Europa Verdi Ecologia ed infine Pensionati e Invalidi Giovani Insieme. Un sito con tanto di webtv sono la principale cassa di risonanza di un programma di venti pagine incentrato sul tema delle infrastrutture (compreso il wi-fi libero), del il lavoro, con particolare riferimento a quello giovanile e femminile, della mobilità sostenibile, della cultura. Gli ultimi sondaggi danno Fassino e la sua coalizione ai limiti della vittoria al primo turno: le mutate condizioni della politica dal 2006 al 2011, l'uscita di scena di un Sindaco acclamato come Chiamparino, la riduzione delle dimensioni della coalizione, la progressiva uscita dallo schema bipolare e la conseguente maggiore offerta politica nella cabina di voto rendono non solo irrealizzabile il sogno del centrosinistra di replicare il netto successo di cinque anni fa, ma mettono seriamente a repentaglio le possibilità di una vittoria al primo turno per la coalizione progressista.

Giacinto Marra (AI)
Il secondo candidato è il civico Giacinto Marra, sostenuto dalla sua lista Azzurri Italiani. Nato nel '57, di origini pugliesi e di estrazione politica orientata alle formazioni di centrodestra ai tempi della Prima Repubblica, si presenta ora con una lista indipendente che spaventa soprattutto la formazione berlusconian - a lungo tentato dall'opzione di inserire una lista dal nome Azzurri Piemontesi proprio per tamponare un'eventuale emorragia di voti nella direzione del partito di Marra. Il programma, disponibile sul sito degli Azzurri Italiani, verte su sei punti programmatici principali: economia e finanza, lavoro e sviluppo, sicurezza e giustizia, energia e ambiente, scuola, e sanità.

Rossana Becarelli
La terza estratta è anche l'unica donna, il medico Rossana Becarelli della lista civica Coscienza Comune, spiccatamente di orientamento di centrosinistra. Anche per lei il sito del movimento costituisce la principale piattaforma di propaganda nel web; il programma risulta organizzato in sette aree tematiche: salute, lavoro, giovani, mobilità sostenibile, vivibilità, welfare e cultura.

Berardi Bruno
(Fiamma Tricolore)
Facebook costituisce invece il fulcro della campagna elettorale di Bruno Berardi, candidato di estrema destra sostenuto da Fiamma Tricolore. Eliminazione delle moschee e dei centri sociali, allontanamento dei rom e dei sinti dal territorio comunale, riorganizzazione della viabilità con l'eliminazione dei divieti di accesso al centro storico e la questione lavoro sono i temi principali del programma di Berardi, figlio di quel Maresciallo Rosario Berardi ucciso dalle Brigate Rosse.

Michele Coppola (PdL)
Il quinto posto della scheda è occupato dal principale sfidante di Fassino, Michele Coppola, il candidato del centrodestra. Sono sette - lo stesso numero di Fassino - le liste schierate al suo sostegno: il Popolo delle Libertà, La Destra, Alleanza di Centro - Pionati, Lega Nord, I Popolari Italiani Domani, Ambientalisti del Sì, e Pensionati. Lo staff di Coppola ha realizzato un sito dedicato alla campagna elettorale, unitamente ad una Pagina Facebook, ad un account Twitter e ad un canale su YouTube. Sul sito non è disponibile un programma ufficiale, ma una lista di proposte dedicate ai singoli quartieri di Torino con relativo feedback dal pubblico. Coppola punta sull'immagine di persona giovane per presentarsi come un'alternativa a Fassino e in generale ad un sistema di potere che regge Torino ormai da molti anni; l'impresa sembra ardua, mentre più a portata di mano appare il ballottaggio, aiutato in questo dalle numerosissime liste che possono erodere consenso ai candidati principali senza però mettere in discussione il suo secondo posto nella lista delle preferenze.

Giovanni Daniele
Debetto (PCL)
Giovanni Daniele Debetto è il candidato sostenuto dal Partito Comunista dei Lavoratori. La candidatura sembra essere più di rappresentanza che altro, dal momento che non è disponibile nemmeno un sito destinato alla campagna elettorale ed un programma strutturato.

Nicola Cassano
Al settimo posto vi è poi Nicola Cassano, con la lista civica Cittadini non sudditi - Cassano. Di area centrodestra, si appoggia su un sito web ancora in costruzione, dove deve ancora essere inserito un vero e proprio programma elettorale.

Lorenzo Varaldo
Altrettanto di bandiera pare essere a prima vista la candidatura di Lorenzo Varaldo, della lista No Ue, Ritiro Piano Marchionne, Difesa dei Contratti Nazionali, senza un vero e proprio programma e senza un sito di supporto alla propria campagna elettorale.

Vittorio Bertola (M5S)
Estremamente legata al web è invece la campagna di Vittorio Bertola, del MoVimento Cinque Stelle. Partendo dal sito, passando per il blog per arrivare a Facebook, in realtà buona parte del tam-tam mediatico per Bertola proviene dal blog di Grillo, sponsor e padre spirituale del MoVimento. Sul sito del MoVimento di Torino è presente il programma elettorale di Bertola, che abbraccia il taglio dei costi della politica, la trasparenza, la quadratura del bilancio, l'ecologia, il lavoro, l'istruzione, la sicurezza ed il welfare.

Giorgio Portis
La Federazione dei Movimento per Torino è la lista in sostegno di Giorgio Portis, candidato numero dieci della scheda. È un blog, in questo caso, l'elemento principale sul web della campagna elettorale, per un programma fondato su aspetti di attualità come la lotta alla corruzione, i costi della politica, il welfare, l'ambiente, i diritti civili, la mobilità e l'acqua pubblica.

Domenico Coppola (LPP)
C'è Renzo Rabellino dietro all'insieme di liste-civetta Comitato Torino Libera, Lega Padana Piemont, No Euro Lista del Grillo, Dipendenti Pensionati e Disoccupati, Lista Forza Nuova e Lista Granata Forza Torino e dietro ad un candidato sindaco, Domenico Coppola, che a sua volta pare scelto principalmente in funzione del suo cognome. YouTube è stato in questo caso il mezzo di comunicazione prediletto, con un video per la presentazione del candidato ed un video per quella del programma elettorale.

Alberto Musy
Al posto numero dodici è presente il candidato del Terzo Polo, Alberto Musy, sostenuto da UdC, Alleanza per la Città, Lista Coppola per Torino più rosa, Socialisti Uniti - PSI, PLI - PSDI, e Futuro e Libertà per l'Italia. Il sito della sua campagna elettorale si basa su un programma definito "sei sette sì", basato su lavoro, infrastrutture, welfare, sicurezza, ambiente, cultura e pareggio del bilancio. Il Terzo Polo rischia di essere l'ago della bilancia sia per quanto riguarda il primo turno, sia soprattutto in caso di eventuale ballottaggio. Sembra al momento difficile che i voti di Musy possano riversarsi in massa su Coppola, trasformando quindi il Terzo Polo in una penalizzazione più per la coalizione conservatrice che per quella progressista.

Juri Bossuto (FdS)
Ultimo nella scheda elettorale è Juri Bossuto, sostenuto dalla Federazione della Sinistra e da Sinistra Critica. Con lo slogan "Juri, oggi e domani" il candidato delle sinistre si appoggia in prevalenza su un blog e su un sito. Il suo programma si basa naturalmente sul tema del lavoro e della solidarietà, racchiudendo in questo aspetto anche temi legati alla sostenibilità ambientale e alla mobilità. Le liste a sostegno di Bossuto sono accreditate, a due settimane dalle elezioni, di pochi punti percentuali, ma proprio questi punti, e con essi la separazione tra centrosinistra e sinistra, rischiano di diventare determinanti nella corsa di Fassino verso il Palazzo di Città, almeno per quanto riguarda il primo turno elettorale.

venerdì 29 aprile 2011

Bologna, candidati a confronto

Palazzo d'Accursio, sede del Comune di Bologna

Settima città italiana per popolazione e quarta tra quelle coinvolte nelle operazioni di voto il 15 e 16 maggio 2011, Bologna presenta una sfida elettorale senza alcun dubbio molto affascinante, soprattutto analizzando i candidati e le liste che si fronteggiano.
Anche se da molte parti emerge la critica al capoluogo emiliano di aver perso la propria vocazione all'avanguardia politica ed alla sperimentazione, è tuttavia ancora possibile trovare diversi elementi di novità che con ogni probabilità costituiranno i semi della politica di domani.
Il primo tema è naturalmente la presenza di un candidato leghista: a fronte di un PdL letteralmente paralizzato, ed incapace di capitalizzare lo scandalo Delbono, la formazione di Umberto Bossi ha saputo proporre un proprio esponente come candidato alla carica di Sindaco, imponendolo di fatto all'intera coalizione berlusconiana.
Il secondo elemento da tenere sott'occhio è la presenza di un candidato civico centrista autorevole ed in grado potenzialmente di calamitare molti consensi: rispetto ad altre città, dove il Terzo Polo si dimostra una forza nettamente minoritaria fino ai limiti dell'ininfluenza in un contesto fortemente bipolare, Bologna sperimenta in queste elezioni una competizione che rischia di essere realmente multipolare.
Il terzo elemento è naturalmente la forza del MoVimento 5 Stelle, la lista civica sponsorizzata dal comico Grillo. A Bologna ed in Emilia Romagna il MoVimento ha saputo costruire il proprio seguito in maniera molto organica e strutturata, riuscendo a calamitare molti consensi fino a diventare una forza determinante per l'esito finale delle consultazioni.
Infine, all'interno del centrosinistra, spicca la liason tra SEL e l'ala prodiana del Partito Democratico, uniti nel nome di Amelia Frascaroli, una combinazione che potrebbe avere impatti rilevanti nel determinare i futuri assetti della coalizione progressista dell'intero Paese.

Sono nove, in totale, i candidati alla corsa a Palazzo d'Accursio, sostenuti da diciassette liste che si sfideranno a loro volta per la conquista del Consiglio Comunale. Questa consultazione vede quindi una semplificazione del quadro politico rispetto al 2009, quando a sfidarsi erano tredici candidati e ventitré liste.

Michele Terra (PCL)
Il primo candidato che compare sulla scheda è Michele Terra, sostenuto dal Partito Comunista dei Lavoratori. Terra si ripresenta di nuovo dopo l'esperienza del 2009 che lo vide totalizzare lo 0,40% delle preferenze. Nato a Bologna, 37 anni, un passato nella Lega Comunista Rivoluzionaria e poi in Democrazia Proletaria, fa parte di Rifondazione Comunista fino al 2006, anno in cui il partito di Bertinotti entra a far parte del Governo Prodi II. In quell'anno, assieme a Marco Ferrando, lascia il partito per fondare il Partito Comunista dei Lavoratori, di cui è membro dell'esecutivo nazionale. Terra ha aperto un blog - ancora molto incompleto, dal momento che mancano all'appello le informazioni biografiche ed il programma elettorale - appositamente per questo appuntamento, congiuntamente ad una pagina Facebook.

Anna Montella
(La Destra)
Con un salto dall'estrema sinistra all'estrema destra, il secondo candidato sorteggiato è Anna Montella, sostenuta dalla lista La Destra - Storace. La Montella, nata a Bologna nel 1955 e coordinatrice dell'Emilia Romagna del partito di Storace, raccoglie il testimone di Alessandro Mazzanti, candidato con la Fiamma Tricolore nel 2009 ed in grado di raccogliere lo 0,32% dei voti. Non risultano disponibili siti o pagine dedicate alla sua corsa alla carica di Sindaco di Bologna, mentre è disponibile la sua pagina Facebook.

Elisabetta Avanzi (FN)
Il terzo candidato è l'altro esponente di estrema destra, Elisabetta Avanzi, appoggiata da Forza Nuova. 36 anni, ex-AN di area finiana, la Avanzi poggia la propria proposta politica su pochi temi, ma di grande impatto: no al Civis, edilizia sociale, acqua pubblica, voucher comunali per l'aiuto alle famiglie in difficoltà, e naturalmente il tema della sicurezza. Anche nel 2009 Forza Nuova correva da sola, appoggiando Giulio Tam, e raccolse appena lo 0,20% delle preferenze. Non sembra essere presente un sito di sostegno alla Avanzi, ma Forza Nuova ha aperto una pagina Facebook dedicata all'appuntamento elettorale.

Daniele Corticelli
Daniele Corticelli è il primo candidato ad essere appoggiato da più di una lista; in particolare sono quattro le formazioni che lo sostengono: Bologna Capitale, Agire insieme civicamente, I Popolari di Italia domani ed il Partito Repubblicano Italiano. Corticelli è anche il primo candidato per il quale non è possibile effettuare un vero e proprio confronto con il 2009, in quanto l'insieme delle liste che lo sostengono non è direttamente riconducibile ad alcuna delle formazioni in corsa quell'anno. Nato nel 1973, ingegnere, storicamente di area centrodestra, ha appoggiato Cazzola nel 2009 come capolista del movimento civico in suo sostegno, salvo poi tentare la corsa in solitaria in questo nuovo appuntamento elettorale. Sul suo sito ha pubblicato, tra le altre informazioni, il suo programma, incentrato sui temi della mobilità, del welfare, dell'integrazione e dei confini cittadini. Oltre al sito ufficiale, sono disponibili anche una pagina Facebook aggiornata con una certa frequenza ed un canale YouTube.

Angelo Maria Carcano
Quinto estratto è stato Angelo Maria Carcano, sostenuto dalla lista civica Nettuno. Nato a Roma nel 1947, residente a Bologna dal 1965, avvocato, è passato agli onori della cronaca principalmente per aver accolto come capolista Cinzia Cracchi, l'ex fidanzata di Delbono che costrinse l'allora sindaco alle dimissioni. Il sito della Lista Nettuno risulta attualmente non attivo, mentre attive sono la pagina Facebook personale di Carcano e la relativa fan page.

Stefano Aldrovandi
Stefano Aldovrandi, il civico sostenuto anche dal Terzo Polo, è il candidato numero sei. Per lui una sola lista, Stefano Aldrovandi Sindaco, che racchiude personalità provenienti dalla società civile come dai partiti che hanno deciso di appoggiarlo. Nato a Bologna nel 1948, ingegnere, è stato dal 1999 al 2005 amministratore delegato di Hera, la municipalizzata bolognese che si occupa di gas, energia elettrica e smaltimento rifiuti. Sul sito ufficiale è disponibile il programma elettorale, strutturato sui temi del lavoro, dell'ambiente, della solidarietà e della cultura. Assieme al sito ufficiale è anche attiva una pagina Facebook. Obiettivo di Aldrovandi è naturalmente il sorpasso sul candidato del centrodestra e l'approdo al ballottaggio.

Massimo Bugani (M5S)
Massimo Bugani, numero sette, è il candidato del MoVimento 5 Stelle. Facebook, Twitter e naturalmente il blog di Grillo sono la principale cassa di risonanza del giovane candidato del MoVimento, classe '78 e fotografo di professione. Il programma del partito, presentato tra l'altro sulla fan page di Facebook, è articolato in cinque punti principali: scuola/lavoro, mobilità, partecipazione, economia e salute/rifiuti/energia. A Bugani spetta il difficile compito di replicare lo straordinario successo di Favia alle regionali, quando i grillini ottennero circa l'8% nel comune di Bologna, ma è indubbio che il MoVimento sogni la doppia cifra, un successo senza precedenti che catapulterebbe la formazione nel gotha della politica cittadina.

Manes Bernardini
(Lega)
Penultimo è Manes Bernardini, il candidato ufficiale del centrodestra. Leghista, è sostenuto da PdL - Berlusconi per Bologna e dalla Lega Nord. Originario di Casalecchio di Reno, trentottenne, attualmente membro del Consiglio Regionale dell'Emilia Romagna in quota Lega Nord, è stato letteralmente imposto dal partito di Bossi alla coalizione, costringendo il PdL a seguirlo o a puntare su un'incerta corsa in solitaria. Sul sito ufficiale della sua corsa a Sindaco non è presente un programma strutturato, ma un insieme di proposte più o meno mirate che spaziano dalla sicurezza all'ambiente, passando per la tutela della PMI e la digitalizzazione della città. È inoltre attiva una pagina pagina Facebook dedicata alla candidatura. L'obiettivo più probabile alla portata di Bernardini è il ballottaggio: difficile il sorpasso sul centrosinistra, mentre sono buone le chance di tenere dietro Aldrovandi - al netto di un boicottaggio da parte del PdL, che non ha mai mostrato di amare particolarmente la candidatura leghista. La coalizione si presenta rimpicciolita rispetto al 2009 quando Cazzola ottenne il 29,10% dei voti: non vi sono liste civiche e nel PdL si deve scontare la separazione di FLI; malgrado ciò ci si aspetta un vero e proprio exploit della Lega Nord, che dovrebbe compensare l'atteso calo del PdL e mantenere la coalizione su un livello stabile se non anche in lieve ascesa.

Virginio Merola (PD)
Sito e pagina Facebook sono messi a disposizione anche da Virginio Merola, ultimo estratto in termini di composizione della scheda elettorale ma sicuramente il favorito della competizione. Italia dei Valori, Sinistra per Bologna, Con Amelia per Bologna con Vendola, PD Merola Sindaco e Socialisti Laici Riformisti saranno le liste in sostegno al candidato del centrosinistra a Palazzo d'Accursio, una coalizione molto simile a quella che nel 2009 sostenne Delbono e che arrivò al 49,40%. Bologna città metropolitana, cultura, ecologia, welfare, innovazione e diritti sono i cardini del programma di Merola. Il candidato del centrosinistra non nasconde le speranze di una vittoria al primo turno, ma di certo lo scenario risulta molto complesso - anche a causa di alcune sue recenti gaffe - e l'obiettivo difficilmente sarà raggiunto. Sicuramente certa invece la presenza di Merola all'eventuale ballottaggio, ma in quel caso sarà l'avversario a determinare le reali chance del candidato del centrosinistra: se fosse Bernardini Merola potrebbe contare sull'appoggio del centro moderato; in caso contrario il centrosinistra si ritroverebbe tutti contro e la partita sarebbe decisamente più ardua.

martedì 26 aprile 2011

In Ungheria la Costituzione di ultradestra

Il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán (Fidesz)

Nell'aprile del 2010 si sono tenute le elezioni politiche in Ungheria per il rinnovo del Parlamento. Ribaltando ina maniera violentissima l'esito delle consultazioni del 2006, l'alleanza di centrodestra formata dal Fidesz e dal KNDP è riuscita ad ottenere il 52,73% dei voti, tornando al governo dopo due legislature passate all'opposizione.
A causa dei meccanismi della legge elettorale ungherese, che comporta l'assegnazione di una quota di seggi tramite i risultati a livello nazionale ed una attraverso i risultati ottenuti nelle singole regioni, la maggioranza di centrodestra si è ritrovata a contare su 263 seggi a fronte dei 386 complessivi a disposizione in Parlamento, ovvero il 68,13% del totale.
Una maggioranza in grado quindi di affrontare in piena autonomia non soltanto la legislazione ordinaria, ma anche quella costituzionale.

Ed il 18 aprile del 2011, a circa un anno dall'insediamento del Governo presieduto da Viktor Orbán, il Parlamento di Budapest ha approvato con la maggioranza qualificata dei due terzi una nuova, controversa, Costituzione (qui una traduzione non ufficiale in lingua inglese), che ha fatto suonare più di un campanello di allarme nell'intera Unione Europea.
Questa Costituzione, la cui firma è stata apposta dal Presidente della Repubblica Pál Schmitt in data 25 aprile e che diventerà effettiva a partire dal 1 gennaio 2012, è stata infatti definita da più fonti un esempio di intolleranza e retorica nazionalista se non, come afferma il leader dell'opposizione socialista Attila Mesterhazy, un tentativo di istituzionalizzare un regime dittatoriale.

La nuova Costituzione dell'Ungheria, prima degli articoli di legge espressamente detti, si apre con un preambolo in forma di "atto di fede", dove vengono presentati i valori morali che hanno guidato i legislatori nella stesura della Carta.
Tra questi spiccano il Cristianesimo, l'identità etnica ungherese e la lingua magiara come elementi fondanti della nazione, e la famiglia e lo Stato come reti relazionali primarie della comunità nazionale. Vi è naturalmente molto altro - il rispetto per la dignità dell'uomo, il dovere morale di solidarietà per i membri più deboli della società, l'apertura alle relazioni internazionali ed in particolare alla UE - ma è evidente come tra gli scopi primari, se non il principale addirittura, di questo atto di fede vi sia una solida e monolitica definizione dell'"ungheresità", ottenuta sia attraverso il richiamo a valori storici fondativi sia tramite la definizione di elementi sociali ed antropologici. Proprio questi ultimi sono visti con estrema preoccupazione dalla comunità internzionale, in quanto tendono ad identificare lo Stato politico con un lo Stato etnico: non è realmente Ungherese chi vive in Ungheria rispettandone le leggi, ma chi è di sangue ungherese, parla ungherese ed è di religinoe cristiana. La definizione dell'entità politica sulla base dell'etnia residente nella zona non può che richiamare alla mente i nazionalismi imperanti in Europa nella prima metà del XX secolo, se non addirittura i terribili conflitti etnico-tribali che hanno insanguinato ed ancora insanguinano il continente africano.

La Costituzione è organizzata in tre parti: "principi fondamentali", "diritti e doveri" e "lo Stato"; scorrendone gli articoli le impressioni ricavate dalla lettura del preambolo non possono che enfatizzarsi.
L'articolo D della sezione "principi fondamentali" riprende ad esempio il tema dell'identità nazionale ungherese, specificando il dovere da parte dello Stato ungherese di preoccuparsi della vita dei suoi cittadini che vivono all'estero, contribuendo alla loro sopravvivenza e benessere, con particolari riferimenti alla preservazione della loro identità nazionale ungherese. Di fatto un articolo del genere è del tutto coerente per una Costituzione riferita ad uno Stato etnico inserito in un contesto di nazioni definite dal punto di vista geografico, ma costituisce un fattore di certa ingerenza nelle politiche nazionali degli Stati con minoranze etniche magiare, come ad esempio la Slovacchia o la Romania.
L'articolo K inserisce la famiglia, intesa come legittima unione tra uomo e donna, tra i principi fondamentali dello Stato, definendola addirittura "basilare per la sopravvivenza della nazione". Di fatto attraverso questo articolo, situato nella parte più importante della Carta, l'intero mondo LGBT è fuori dalla tutela della legge ungherese, costituendo per di più la base giuridica per una eventuale messa fuorilegge dell'omosessualità nel medesimo stile dei più rigidi Paesi confessionali islamici.
L'articolo E costituisce infine lo scudo attraverso il quale l'Ungheria tenta di mettersi al riparo dagli enti internazionali come la UE o la NATO, potenzialmente in grado di interferire con la politica locale su temi economici, militari o relativi ai diritti civili: il recepimento dei trattati internazionali richiederà infatti la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento. Con questo articolo l'Ungheria manifesta un fortissimo spirito di stampo nazionalista, rifiutando di fatto una comunicazione degna di questo nome con gli enti sovranazionali ed in particolare con l'Unione Europea.

La seconda parte della Costituzione, quella che tratta di diritti e doveri dei cittadini ungheresi, si apre subito con un articolo veramente emblematico: l'Ungheria riconosce i diritti dell'uomo, ma li subordina ai valori descritti nella prima parte della Costituzione. In tal modo, con un'acrobazia giuridica, si chiude ad esempio definitivamente la porta ad eventuali interventi internazionale sul tema dei diritti civili.
Al tempo stesso, nell'articolo II, viene sbarrata per via costituzionale la porta all'aborto ed al trattamento di fine vita, esplicitando l'inviolabilità del diritto alla vita e specificando come il feto debba essere protetto dal momento del concepimento e non da quello della nascita.
Negli articoli V e VIII vengono poi poste le basi per il controllo dei media, attraverso l'istituzione di apposite commissioni - nominate del potere politico - destinate sostanzialmente alla valutazione della protezione della privacy e dell'operato generale dei media sulla base di una legislazione considerata tra le più restrittive dell'Unione Europea in tal senso.

Se la seconda parte della Costituzione, incentrata sui cittadini, può dare l'impressione di uno Stato etico, la terza parte, dedicata all'ordinamento dello Stato, mostra come in Ungheria vacilli la direttiva illuministra della seperazione dei poteri, a favore di un controllo stringente del potere politico su quello giudiziario, su quello economico e sul mondo dell'informazione.
È infatti già nell'articolo 1 l'indicazione dei poteri del Parlamento, tra cui figurano l'elezione diretta, tra gli altri, del Presidente della Corte Costituzionale, del Presidente della Curia - l'equivalente della Corte di Cassazione italiana - e del Procuratore Capo, sia pure con la maggioranza qualificata dei due terzi.
Nell'articolo 12 viene poi sviscerato il passaggio relativo alla Corte Costituzionale: non solo il Presidente, ma l'intera Corte, formata da 11 membri, è eletta dal potere politico per un mandato della durata di dodici anni, senza alcuna possibile interferenza da parte di quello giudiziario.
nell'articolo 41 si esplicita poi il controllo politico sul sistema economico, attraverso le limitazioni imposte all'attività operativa del Presidente della Banca Nazionale d'Ungheria, le verifiche parlamentari a cui è sottoposto il suo operato e dell'insolita semplicità per la rimozione di chiunque si trovi tale ruolo.

Dalla lettura della Costituzione ungherese emerge quindi una concezione autoritaria dello Stato, simile per molti aspetti ai regimi nazionalisti della prima metà del XX secolo; uno Stato fondato su presupposti etnici ed etici, che fonda la propria identità sull'esclusione del diverso e come tale si dota di leggi anche pesantemente discriminatorie. Una pagina veramente buia per l'Europa, che deve ormai fare i conti con le formazioni di estrema destra pressoché in ogni nazione e che ora vede nell'Ungheria un assaggio della strada che l'intero continente potrebbe intraprendere in un futuro nemmeno troppo lontano se questa incarnazione della destra non verrà rapidamente ricondotta in posizione minoritaria dalle forze conservatrici più moderate.

sabato 23 aprile 2011

Intervista a Cristiano Bottone

Panorama di Monteveglio (BO)

Le Transition Towns sono un movimento, che forse ricondurre al termine "ecologista" può apparire riduttivo, sviluppatosi nell'ultimo lustro nei paesi anglosassoni e rapidamente diffusosi nel mondo.
L'obiettivo del movimento è preparare e guidare le comunità negli inevitabili mutamenti sociali, economici e culturali provocati dal riscaldamento globale e dal progressivo innalzamento dei prezzi delle fonti energetiche fossili. Questo obiettivo viene raggiunto attraverso campagne di sensibilizzazione e stesure di documenti programmatici di ambito multidisciplinare (edilizia, agricoltura, sanità, istruzione...) in grado di guidare le comunità locali, ciascuna con le proprie peculiarità e le proprie caratteristiche, lungo un percorso di decrescita energetica a basso impatto.
Anche in Italia il movimento è in rapida espansione, con alcune comunità in cui la politica locale ha fatto proprie le idee del movimento realizzando quella sinergia che è la Città di Transizione vera e propria, e molte altre realtà che lentamente si stanno avvicinando a questo obiettivo. L'Emilia Romagna si è dimostrata il terreno più fertile per il movimento, con movimenti locali che spaziano dai piccoli comuni ai capoluoghi come Reggio Emilia o Ferrara, fino ad arrivare alla stessa Bologna; al di fuori dei confini regionali, spiccano realtà come Lucca, L'Aquila o Torino.
Siamo onorati di avere ospite di Città Democratica Cristiano Bottone, tra i fondatori del movimento a Monteveglio (BO), la prima Transition Town italiana e certamente il modello di riferimento per tutti i gruppi formatisi in seguito.

Cristiano Bottone, vuole spiegare cosa vi ha spinti alla creazione del movimento a Monteveglio?
Quando ti rendi conto della situazione effettiva del mondo in cui viviamo capisci che bisogna subito fare qualcosa. Ci sono però due problemi, non è facile arrivare a "rendersi conto" perché viviamo in una società estremamente complessa in cui capire cosa accade davvero e in modo oggettivo è paradossalmente davvero difficile. Serve il tempo di reperire i dati, l'abilità di scovarli e poi serve la forza per credere che siano veri. Così si scopre che è finita l'era del petrolio a basso prezzo e cosa questo significherà per le nostre economie e i nostri stili di vita. Si scopre che stiamo modificando il clima in modo irreversibile, distruggendo la biodiversità, inquinando talmente tanto che i nostri figli nascono già programmati per ammalarsi, producendo un debito mondiale incolmabile, aumentando il livello di paura ansia e infelicità nel mondo invece di ridurlo, ecc.
I dati parlano chiaro e fanno paura ma, se arrivi a conoscerli, poi ti guardi intorno e pensi che non puoi restare con le mani in mano. Qui nasce il secondo problema: che fare in una situazione così difficile? Mentre ero alla ricerca della risposta ho scoperto Rob Hopkins e le attività del Movimento delle Transition Towns. Ho colto la straordinaria novità che rappresentava e subito pensato che potevamo farlo anche noi in Italia, almeno potevamo provare. Io vivo a Monteveglio e ho iniziato da lì, con la fortuna di incontrare altri nella mia comunità interessati a sperimentare questo percorso.


Quali sono state le tappe più significative del processo?
Tutto parte dal comprendere la realtà, dal diventare consapevoli, dall'arrivare a capire che un cambiamento è necessario e non può che portarci grandi benefici. Quello che si fa in una iniziativa di Transizione è creare un piccolo gruppo di persone disposte ad agire come facilitatori del processo (il concetto di facilitazione è poco conosciuto in Italia, ma molto diffuso nei paesi anglosassoni). Il loro compito è creare le condizioni perché il resto della comunità possa partecipare alla riprogettazione collettiva del proprio modo di vivere.
Grazie alle prime sperimentazioni avvenute all'interno del movimento, abbiamo capito che ci sono una serie di passaggi cruciali che aiutano il processo, vengono normalmente chiamati i 12 passi e permettono al Gruppo Guida di procedere con una certa sicurezza nelle prime fasi di lavoro.
Si parte sempre dalla consapevolezza, dal mettere a disposizioni di tutti i dati necessari a comprendere la realtà in cui viviamo. Si cerca inoltre di ricucire le relazioni all'interno della comunità. Può trattarsi di un piccolo centro (come Monteveglio) o di una strada di Roma o Milano, in ogni caso si scopre subito che tra le persone non ci sono più relazioni, canali di comunicazione, familiarità, solidarietà, rapporti. Questo è il secondo compito del Gruppo Guida, fare da ponte tra i tanti attori della comunità. Quando queste condizioni cominciano a realizzarsi, il resto viene quasi da solo, le persone scoprono la voglia di "fare qualcosa" e trovano altre persone con cui farlo, il processo è partito, ora va solo facilitato.


Quali sono state le principali difficoltà nel processo di sensibilizzazione della popolazione locale?
Bisogna sapere che il lavoro di ricucitura che descrivevo prima sarà quasi sicuramente lento e progressivo. All'inizio si procede anche con una persona alla volta, ma va benissimo così. Si scoprirà poi che si tratta di un processo esponenziale e quindi, arrivato a un certo punto comincerà ad accelerare in modo naturale.
Il vero problema è che se non si è preparati a questo ci si potrebbe demoralizzare nelle fasi iniziali e smettere di fare le cose nel modo giusto. L'attuale sistema ci spinge a organizzare cose inutili, come riempire sale da 300 persone per vedere un bel documentario sul riscaldamento globale. In questo modo ci sembra di fare prima, di arrivare a tante persone, ma non è così. L'effetto che si ottiene lavorando su piccoli gruppi, direttamente a casa delle persone è infinitamente più potente, in quella condizione le persone possono davvero pensare e interrogarsi. L'altra accortezza è nel lasciare spazio a ogni tipo di reazione. A noi interessa fornire le informazioni, non soluzioni preconfezionate. Non giudichiamo nessuno, non dividiamo il mondo in buoni e cattivi. Non proponiamo dogmi o ricette o buone pratiche. È grazie a questo atteggiamento che le persone, quando si sentono pronte, cominciano a modificare pezzetti della propria vita. È così quindi che la realtà delle cose comincia a cambiare.


In quali sottogruppi risulta attualmente strutturato il movimento a Monteveglio?
A Monteveglio non ci sono sottogruppi molto strutturati e la cosa sinceramente mi fa molto piacere. Certo c'è chi preferisce impegnarsi in attività agricole, nell'autoproduzione, nell'insegnamento, negli aspetti tecnologici, ma alla fine notiamo una bellissima trasversalità. È naturale che sia così. Non si può parlare di agricoltura senza parlare di energia, di educazione, di edilizia e di tutto il resto. Non esistono tematiche isolate, ogni cosa dipende da tutte le altre. E quindi, anche chi è appassionato di pannelli fotovoltaici è facile che voglia fare il pane, scoprire l'alimentazione sostenibile, partecipare al PiediBus, ecc.

Vuole illustrare brevemente le road map definite dal movimento per la comunità?
Questa domanda è molto utile. L'idea comune è che ci sia qualcuno, "il movimento" ad esempio, che definisce la road map della comunità. Quello che noi facciamo è lavorare perché sia la comunità a definire la road map della comunità: una bella rivoluzione quindi.

Vista da fuori, forse con un pizzico di ignoranza e pregiudizio, una Transition Town può essere vista come una versione riveduta e aggiornata di una comune hippy. Vuole dare invece un'immagine più concreta e veritiera di cosa significhi vivere in una Città di Transizione?
Una Città di Transizione non è una "comunità volontaria", ma esattamente l'opposto. In una comunità volontaria tante persone che si sentono affini tra loro, magari perché condividono una certa religione o un certo modo di interpretare la vita, si separano da tutti gli altri in modo da fare quello che vogliono senza interferenze.
L'idea della Transizione è che le persone che già condividono uno spazio fisico perché vivono tutte nella stessa zona di una città, o in un piccolo centro, possono trovare il modo di rispondere collettivamente alle sfide del presente conservando la loro identità e libertà. Anzi, a dire il vero, la nostra idea è che libertà, responsabilità e consapevolezza siano enormemente accresciute da questo processo, permettendo al gruppo di immaginare le proprie strategie per il futuro.
Nella Transizione non c'è proprio nulla di naïf, tutto si basa sulle più avanzate consapevolezze scientifiche e sociologiche di cui disponiamo come razza umana. I contributi a questo processo sono arrivati e continuano ad arrivare dalla scienza sistemica, dalla ecopsicologia, dai fisici, dai climatologi, dagli psicologi delle dipendenze, dal marketing, dall'ambito della facilitazione. La Transizione può assomigliare, osservata da lontano, ad altre cose che abbiamo già visto, ma è assolutamente diversa da tutto. È per questo che molti credono, stanno cominciando a crederci anche istituzioni e politici, che sia l'esperimento più in interessante in corso al momento.


Affinché un Comune possa diventare realmente una Città di Transizione, vi deve essere, immagino, un recepimento della vostra road map a livello legislativo locale. Come sono i rapporti con il Comune di Monteveglio?
Anche questa domanda è sintomatica. Per quel che ci riguarda, si diventa Città di Transizione quando nasce il Gruppo Guida, ovvero quando qualcuno avvia il processo nel proprio contesto sociale. Non può farlo un comune o una istituzione formale. Non si può diventare Città di Transizione per delibera.
Quello che le pubbliche amministrazioni possono invece fare è supportare il processo, o anche facilitarne la nascita diffondendo informazioni, organizzando incontri divulgativi, fornendo spazi, risorse, ecc.
Monteveglio è un caso un po' speciale, al momento viene citato in tutto il mondo come l'esempio più interessante di collaborazione tra iniziativa di transizione e amministrazione locale. La nostra giunta ha infatti deliberato una partnership strategica con l'associazione Monteveglio Città di Transizione, dichiarando di condividerne visione e obiettivi e impegnandosi ufficialmente a fare la propria parte nel processo in corso.


Quali sono i principali provvedimenti presi dal Comune tra quelli da voi proposti?
Con il Comune si cerca di lavorare in gruppo, quando si individua l'energia nella comunità per affrontare un certo tema, ognuno cerca di fare la propria parte per facilitare il processo. Facciamo un esempio? Quando è nato il gruppo di acquisto di impianti fotovoltaici i facilitatori della transizione (il Gruppo Guida) si sono occupati delle parti informative, divulgative e del lavoro di gruppo necessario a prendere le decisioni, analizzare le offerte dei potenziali fornitori ecc. Il Comune si è preoccupato di semplificare il regolamento comunale per l'installazione e ha fatto in modo che l'ufficio ambiente fornisse alle persone interessate le modalità di ingresso nel Gruppo di Acquisto, ha partecipato agli incontri divulgativi per sostenere l'iniziativa.

Le tematiche ambientali, in Italia, costituiscono un punto di scontro politico. Vi sono state difficoltà particolari nell'avvicinare la gente al vostro movimento legate a questo problema? Avete mai rischiato di apparire come politicamente schierati, o di essere strumentalizzati da una parte politica?
A noi si avvicina chi si vuole avvicinare, e chi non si vuole avvicinare ha tutto il diritto di non farlo. Non c'è altro modo, se si vuole rispettare la liberà di ognuno. Per quanto riguarda il rischio di strumentalizzazione è chiaro che i tentativi ci sono e il rischio è sempre presente. C'è però da dire che la politica o i partiti non sono minimamente attrezzati per gestire un processo di questo tipo, quindi i tentativi visti fino ad ora sono stati piuttosto goffi e a volte si risolvono in piccoli boomerang per chi li pratica.
Anche il rischio di apparire schierati è sempre presente, soprattutto per chi osserva da lontano, rimanendo un po' esterno, per chi non approfondisce. In alcuni casi, sia in Italia che all'estero, è invece il Gruppo Guida stesso che finisce per schierarsi è lì il processo finisce o si trasforma in altro. Può capitare ed è già capitato.


Affinché i risultati ottenuti nel tempo non vadano persi al primo cambio di legislatura, occorre che l'intero mondo politico locale sia convinto della bontà delle vostre ragioni. Realmente la transizione è ormai nel DNA dell'intera comunità, o la sopravvivenza di Monteveglio come Transition Town dipende dal colore del sindaco?
No, questo non è un gioco. Il petrolio non smetterà di esaurirsi al prossimo cambio di sindaco, non importa di che colore sia. Lo stesso vale per il cambiamento climatico, la sicurezza alimentare ecc. Non c'è alcuna volontà di politico locale in grado di alterare le leggi della termodinamica o di fermare l'entropia. Agli atomi che compongono questo pianeta non interessa cosa pensiamo, loro fanno gli atomi e basta. Se il rame finisce, non telefona prima ai partiti per chiedere se può esaurirsi o se la cosa può causare disturbo.
La transizione non dipende dal sindaco, o dai politici o dai capi di stato. La transizione è già in corso, ci siamo tutti dentro, quello che si può cercare di fare è di guidarla invece che subirla, di sfruttarla come occasione per progredire e stare meglio invece che crollare nel caos. La Transizione non si diffonde perché noi siamo bravi o perché conosciamo qualche trucco, si diffonde perché quando le persone aprono gli occhi capiscono che devono intervenire in ciò che accade.


Monteveglio si può considerare la capostipite, il riferimento delle Transition Towns italiane. In che modo avete contribuito alla diffusione del movimento nel nostro Paese?
Sin dall'inizio abbiamo creato anche Transition Italia, che ha sede a Monteveglio e si occupa delle attività di facilitazione e formazione a livello nazionale e anche europeo, perché siamo stati i primi a partire nell'Europa continentale. Alcuni dei nostri facilitatori stanno aiutando il lavoro anche in Austria, Germania e Francia.
Più in generale Transition Italia si occupa anche di mantenere attive tutte le relazioni con il network internazionale.


Un'ultima domanda: come immagina la Monteveglio del futuro, e, con un pizzico di ambizione, l'Italia del futuro?
Immagino un luogo davvero magnifico, circondato da boschi e coltivazioni sostenibili gestite da una fitta rete di produttori locali. Gran parte del cibo e delle risorse necessarie alla vita della comunità proverrà dal territorio. Il patrimonio edilizio sarà progressivamente riconvertito in modo da non richiedere l'uso di energia fossile e non produrre emissioni dannose. Una rete stradale più leggera permetterà gli spostamenti necessari verso le comunità vicine e l'accesso alla rete ferroviaria per gli spostamenti più lunghi.
L'economia locale sarà nuovamente prospera e la ricchezza prodotta dagli abitanti servirà di nuovo a creare valore lì dove vivono. La vita delle persona sarà più connessa e sensata, piena di significato, la disoccupazione sconosciuta. Avremo molto più tempo per vivere, tanto capitale naturale e tanta resilienza su cui fare affidamento. Scuole di tipo completamente nuovo e in grado di trasmettere e espandere la cultura dell'equilibrio e dell'equità invece che quella della competizione, il pensiero sistemico si affiancherà stabilmente alla capacità di approfondimento un po' miope che ora domina la scena culturale.
La maggior parte dell'energia necessaria arriverà da un mix di fonti geotermiche e eolico di alta quota. La vita culturale e la ricerca saranno enormemente favorite dall'apertura a una grande rete mondiale di comunità simili e similmente aperte allo scambio e all'interazione, vicine, lontane, lontanissime.
Immaginate poi un'Italia, con tutte le sue ricchezze naturali e culturali, popolata di tante cellule di organizzazione sociale come questa ed ecco che il nostro paese risulterà uno dei luoghi più belli della Terra. Questa riorganizzazione permetterebbe infine alle aree del mondo che ancora non vedono risposta nemmeno ai problemi primari dell'uomo di svilupparsi in equilibrio con le proprie risorse.
Suona di utopia, ma sappiamo che si può fare.


Ringraziamo ancora il dottor Bottone per la cortesia e la disponibilità, e rinnoviamo i nostri migliori auguri per questa iniziativa che, grazie anche al suo impegno, è diventata ormai un esempio da imitare nell'intero Stivale.
Per saperne di più, rimandiamo al blog ufficiale Monteveglio Città di Transizione, una vera miniera di informazioni per tutti gli interessati, e a Transition Italia per informazioni generali sul movimento.

L'intervista è disponibile in formato .pdf a questo link.

mercoledì 20 aprile 2011

Il PdL: no all'antifascismo

Cristiano De Eccher (PdL)

Il 19 aprile 1945 si può dire che inizi il compimento della Guerra di Liberazione italiana, con l'ordine, arrivato dai vertici del CLN, dell'attacco generale. I partigiani scesero dalle montagne nei centri cittadini del nord del Paese, occuparono le fabbriche e le sedi dei giornali, mentre i nazifascisti battevano ovunque in ritirata. Il 21 aprile venne liberata Bologna, a Modena toccò il 22, Reggio Emilia e Genova il 24, Parma, Milano e Torino il 25 aprile.
Il 27 aprile Benito Mussolini venne catturato a Dongo, e impiccato il giorno seguente.
Il 29 aprile, finalmente, la resa dell'esercito tedesco: il CLN assunse tutti i poteri civili e militari. La guerra, sul suolo italiano, era terminata.
Infine il 2 maggio, a due settimane circa dall'inizio dell'attacco finale, la Resistenza italiana ebbe termine, almeno nei campi di battaglia: il generale britannico Alexander ordinò infatto la smobilitazione delle forze partigiane e la consegna delle armi.

A monito di quei momenti, con il Decreto Legislativo Luogotenenziale 185/1946, prima ancora della nascita della Repubblica, veniva individuato il 25 aprile, giorno della liberazione delle maggiori città del nord dell'Italia, come data dedicata al festeggiamento dell'Anniversario della Liberazione.

Da allora sono passati 66 anni, ma quest'anno, nel 2011, vi sarà un motivo in più per ricordare questa data ed i valori che ha rappresentato e rappresenta ancora.
Uno dei pilastri fondanti della Repubblica Italiana è il rifiuto dei valori del fascismo, l'imposizione della volontà della maggioranza, l'antidemocraticità, l'intolleranza. I padri costituenti, al momento della scrittura della Carta Costituzionale, inclusero un riferimento esplicito al ventennio mussoliniano, nella XII disposizione transitoria e finale.

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
In deroga all'articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall'entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

Sulla base si questo principio è stata approvata la Legge 645/1952, la cosiddetta "Legge Scelba", pilastro della legislazione italiana in materia di antifascismo.

Proprio questo pilastro è oggi in pericolo, minato alle sue basi: il 29 marzo 2011 è stata infatti depositato al Senato l'Atto 2651, una proposta di legge costituzionale volta proprio all'abolizione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Senza di essa, naturalmente, la Legge Scelba si troverebbe senza alcun sostegno giuridico e anzi in aperto conflitto con altri articoli della Carta, e destinata quindi a sua volta ad una sua rapida abrogazione.
I firmatari della proposta sono stati quattro esponenti del PdL (Bevilacqua, De Eccher, Di Stefano e Totaro) ed uno di FLI (Digilio). Quest'ultimo ha poi ritirato il proprio supporto alla proposta di legge, mentre il senatore Bornacin (PdL) ha in seguito aggiunto il proprio sostegno aggiungendosi ai firmatari dell'atto.
Malgrado lo sdegno e l'opposizione che la presentazione dell'atto hanno suscitato in tutti gli schieramenti politici, PdL compreso, la proposta di legge non è stata ritirata, e giace in attesa dell'assegnazione alla I Commissione del Senato, pronta ad essere brandita come una clava politica all'occorrenza.

Le motivazioni formali che hanno provocato la presentazione della proposta di legge, reperibili nella relazione associata al progetto di legge, sono il risultato di un ragionamento basato su due fondamenta: la prima riguarda la "transitorietà" della disposizione, ormai in vigore da oltre sessant'anni e quindi con un carattere che di transitorio ha ormai ben poco; la seconda concerne invece il termine "disciolto", utilizzato in tal senso per stabilire che i padri costituenti si riferivano espressamente al partito fascista mussoliniano, quello attivo fino alla II Guerra Mondiale. Poiché, ragionano i promotori della legge, al giorno d'oggi esistono ben poche possibilità che appaia sulla scena politica un partito con le caratteristiche del PNF, la XII disposizione non ha più senso di restare in vigore.
Secondo i promotori dell'atto, la stessa interpretazione della disposizione offerta dalla Legge Scelba risulta quindi essere eccessivamente restrittiva, in quanto considera riconducibili al fascismo atti e ideologie non direttamente associabili al partito mussoliniano.

Per tentare di valutare in maniera oggettiva la proposta di legge, occorre affrontare la questione da tutte le angolazioni possibili.
La prima domanda, naturalmente, è cui prodest? A chi gioverebbe l'abolizione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, e con essa della legge Scelba? La risposta è evidente: a chi ha interesse a fondare gruppi e associazioni di stampo fascista, magari sotto altro nome. A tale proposito è emblematica la figura del primo firmatario della proposta di legge, il senatore Cristiano De Eccher.
Trentino di origine, De Eccher è stato responsabile del Triveneto dell'organizzazione di estrema destra di ispirazione nazionalsocialista Avanguardia Nazionale, fondata nel 1960 da Stefano Delle Chiaie e poi disciolta nel 1976. Amico di Franco Freda, organizzatore della strage di Piazza Fontana secondo la sentenza del 2004 ma improcessabile in quanto precedentemente assolto in via definitiva per il medesimo crimine, a stretto contatto con i servizi segreti - la notizia della perquisizione nella sua dimora raggiunse direttamente il numero due del SID, il generale Maletti - De Eccher, secondo le testimonianze non verificate dei pentiti Izzo e Calore depositate alla Procura di Milano, sarebbe stato nientemeno che il custode dei timer delle bombe di Piazza Fontana, il terribile attentato nel cuore di Milano del dicembre 1969 che costò la vita a diciassette persone.
Dopo Piazza Fontana De Eccher venne sospettato di coinvolgimento in altri attentati riconducibili al terrorismo nero nel 1971 e 1972, fino poi ad essere arrestato nel 1973, per un ennesimo tentato attentato, e ancora nel 1975 come organizzatore di attività eversive in seno ad Avanguardia Nazionale. Nel 1992, dinanzi al giudice Salvini, dirà: Sono già condannato per oltraggio a pubblico ufficiale e a due anni di reclusione per ricostituzione del disciolto partito fascista.
Ed ecco come l'Atto 2651 improvvisamente può essere visto come il coronamento delle cupe ambizioni di un uomo, o per meglio dire di un gruppo di uomini, di ottenere per vie legali ciò che non riuscirono ad avere con le bombe ed il sangue.

In seconda analisi, naturalmente, si può provare a capire se e quanto l'interpretazione della Costituzione offerta dai promotori della proposta in analisi sia plausibile e corretta.
Il primo ragionamento esposto da De Eccher e dagli altri firmatari non è di fatto consistente: essi pongono l'accento sul termine "transitoria" del capo di cui fa parte l'articolo, ma l'insieme delle disposizioni è definito nella Carta come "transitorie e finali". I padri costituenti erano quindi ben decisi a inserire a margine della Costituzione degli articoli senza particolari scadenze temporali accanto a quelli con valenza solo temporanea. In particolare, sono stati i padri costituenti stessi a specificare quali disposizioni fossero transitorie e quali fossero finali esplicitando all'interno di ciascun articolo la sua eventuale durata temporale. Il fatto che tale accorgimento non sia stato usato per la XII disposizione la rende automaticamente appartenente all'insieme delle finali, e non a quello delle transitorie. Lamentare la sua permanenza del tempo adducendo a motivazione il termine "transitorio" è dunque semplicemente non corretto.
I promotori dell'Atto 2651 sostengono poi che il divieto di ricostituzione fosse circostanziato al PNF mussoliniano. In realtà l'intera nostra Costituzione è permeata dei valori dell'antifascismo, ed è pertanto naturale far discendere da questo - come ha recepito la Legge Scelba - che siano i valori del fascismo quelli da vietare e combattere, e non la costruzione di un'entità politica ben limitata storicamente. Questa lettura permette anche di capire il perché questo articolo sia stato inserito tra le disposizioni e non all'interno della Carta vera e propria: di fatto costituisce un'eccezione ai principi descritti nella Costituzione, un'eccezione motivata dalla necessità di escludere tutte le forze estranee ed avversarie ai valori contenuti nella Carta stessa. La Costituzione è scontrata quindi con la necessità logica di violare le regole che rappresenta per impedire rappresentanza politica a chi osteggia e combatte quei medesimi valori, e ha risolto l'impasse in maniera sufficientemente elegante posizionando tale articolo non all'interno della Carta stessa, ma in una sua appendice, ovvero un elemento esterno dotato però del medesimo valore legale.
Una simile lettura, valoriale anziché letterale, appare quindi - oltre che più elegante dal punto di vista formale - sia maggiormente vicina al senso comune, sia avallata dal contenuto della Legge Scelba, legge non per nulla osteggiata dai promotori dell'Atto 2651.

La necessità di proteggere la struttura democratica della legge italiana da violazioni di stampo dittatoriale e autoritario è la base dell'obiezione che si può muovere ad un terzo tipo di critica, ovvero che la XII disposizione costituisca una violazione della libertà di pensiero e di espressione e come tale sia un grave errore compiuto dai costituenti.
Senza alcun dubbio il fascismo fu un movimento popolare con un vasto seguito, rappresentativo di un'idea politica e sociale e di un certo modello di società. Tuttavia tale modello risulta incompatibile con la sopravvivenza delle istituzioni di tipo democratico. Il rifiuto di ammettere il fascismo - inteso in senso lato, come persecuzione delle opposizioni, come autoritarismo, come accentramento dei poteri in pochissime mani, se non una soltanto - nella vita politica del Paese deve quindi essere visto come il rifiuto di ammettere ideologie distruttive per la convivenza civile e democratica del Paese; non quindi privazione della libertà di espressione, ma anticorpo indispensabile per la sopravvivenza dello Stato democratico quale noi lo conosciamo.

Quest'anno, il 25 aprile ha veramente un motivo in più di essere festeggiato.
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