lunedì 7 novembre 2011

Voto di fiducia, ecco la situazione di partenza

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Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (PdL)

Siamo alla resa dei conti?

La votazione sulla fiducia al Governo calendarizzata alla Camera dei Deputati per il giorno 8 novembre riporta al clima del dicembre 2010, quando fino all'ultimo momento sembrava che Berlusconi potesse cadere sotto i colpi delle defezioni dei finiani e finì invece rocambolescamente al di sopra della linea di galleggiamento per appena tre voti.
Questa volta però da più fonti vicine al premier si parla di vero epilogo, ultimo Giuliano Ferrara dalle colonne virtuali dell'edizione on-line de Il Foglio; malgrado le smentite di Berlusconi, è difficile non cogliere nel terremoto che ha colpito i gruppi parlamentari di maggioranza l'inizio della fine per il Governo Berlusconi IV.

Proprio gli ultimi passaggi da un gruppo all'altro possono essere determinanti per comprendere le reali speranze della tenuta di Berlusconi nell'imminente votazione alla Camera.
Lo schema che segue mostra l'evoluzione dei gruppi parlamentari non appena insediato il Governo, nel corso della votazione del 14 dicembre 2010 e allo stato attuale.

Evoluzione della composizione dei gruppi
della Camera dei Deputati

Il primo dato che emerge con prepotenza dai numeri della tabella è una mezza doccia fredda per chi spera nella caduta del Governo: il 14 dicembre 2010 i gruppi che sostenevano apertamente la maggioranza parlamentare contavano nelle proprie fila 294 elementi, e Berlusconi si salvò con 314 voti. Oggi, malgrado la continua emorragia nel PdL (a cui è da aggiungere l'ulteriore defezione di Gabriella Carlucci non ancora registrata dal sito della Camera dei Deputati), i tre gruppi che compongono la maggioranza parlamentare riescono ad arrivare a 300 deputati.
Rispetto a dicembre 2010, quindi, la soluzione sembra apparentemente migliore - almeno dal punto di vista numerico - per Silvio Berlusconi.

Vi sono tuttavia alcune considerazioni che portano a modificare questo primo impatto puramente visivo.
In primo luogo non si può tralasciare il fatto che nella votazione del 14 ottobre 2010 quattro deputati di FLI votarono in disarmonia le indicazioni del proprio gruppo, in tre casi votando a favore della fiducia a Berlusconi e in uno assentandosi direttamente dalla votazione. I quattro deputati coinvolti (Catone, Polidori, Siliquini da un lato, e Moffa dall'altro) hanno in effetti poi cambiato tutti gruppo, passando a PT e quindi nella maggioranza.
Rispetto alla votazione del 14 dicembre 2010 le acquisizioni de facto da parte della maggioranza sono quindi state solo due, e non sei.

Supponendo, in una disquisizione puramente ipotetica, che in questa votazione non vi saranno voti ribelli rispetto alle indicazioni dei gruppi parlamentari, e che non vi siano assenti o astensioni, i voti dichiarati sarebbero 300 per la maggioranza e 290 per l'opposizione (già non conteggiando il Presidente della Camera Gianfranco Fini). Dalla maggioranza è poi necessario togliere il PdL Papa, ai domiciliari. Quindi 299 a 290.
Nessuna delle due forze è in grado di raggiungere la quota 316 necessaria per il raggiungimento della maggioranza assoluta, e diventa pertanto necessario studiare la composizione del foltissimo gruppo misto, ben trentanove elementi così ripartiti:
  • 5 - Alleanza per l'Italia (Lanzillotta, Mosella, Pisicchio, Tabacci, Vernetti)
  • 3 - Liberaldemocratici - MAIE (La Malfa, Melchiorre, Tanoni)
  • 3 - Minoranze linguistiche (Brugger, Nicco, Zeller)
  • 4 - Movimento per le Autonomie - Alleati per il Sud (Commercio, Lo Monte, Lombardo, Oliveri
  • 3 - Repubblicani - Azionisti (Misiti, Nucara, Pepe)
  • 21 - Non iscritti ad alcun gruppo (Barbareschi, Belcastro, Buonfiglio, Fallica, Gaglione, Giulietti, Grimaldi, Iannacone, Iapicca, Mannino, Micciché, Pittelli, Porfidia, Pugliese, Ronchi, Sardelli, Scalia, Stagno D'Alcontres, Terranova, Urso, Versace)
A dicembre 2010 hanno votato contro la fiducia a Berlusconi l'ApI, i liberaldemocratici e l'MpA, mentre il gruppo delle minoranze linguistiche si è spaccato in due astensioni e un voto contro la fiducia. In quanto ai Repubblicani, Misiti aveva votato contro la fiducia, mentre Nucara e Pepe, all'epoca nel PdL, a favore.
Considerato il posto di viceministro recentemente offerto da Berlusconi a Misiti, si può ipotizzare un voto analogo a quanto visto nel 2010 con l'incognita dei deputati del Trentino - che potrebbero votare per disarcionare Berlusconi - ed il voto favorevole di Misiti.
Le quote di maggioranza e opposizione passerebbero quindi rispettivamente a 302 e 305 (oppure 302 a 303 pari supponendo l'astensione dei deputati trentini).

Ancora nessuna forza riesce a raggiungere la maggioranza assoluta, e pertanto occorre indagare una volta per tutte nel mare magnum dei deputati senza gruppo, quei cani sciolti che possono scrivere la parola fine all'esperienza del governo Berlusconi oppure mantenerlo ancora in vita.
Di questi 21, solo 5 votarono contro la fiducia contro i 15 che votarono a favore del Governo e l'unico assente, ma ben più importante di questo fattore è la provenienza di questi deputati.
In assenza di dichiarazioni che - si sa - puntano al gioco al rilancio e alla sensazionalità, può essere un buon modello assegnare un voto contrario alla fiducia per i parlamentarei fuoriusciti da forze di maggioranza, favorevole alla fiducia per coloro che provengono da forze di opposizione, ed il mantenimento del voto dell'anno scorso per i parlamentari già appartenenti al Misto.
In questo scenario avremmo quindi:
  • 1 astenuto/assente (Gaglione)
  • 10 contrari alla fiducia (Fallica, Giulietti, Grimaldi, Iapicca, Micciché, Pittelli, Pugliese, Stagno D'Alcontres, Terranova, Versace)
  • 10 favorevoli alla fiducia (Barbareschi, Belcastro, Buonfiglio, Iannacone, Mannino, Porfidia, Ronchi, Sardelli, Scalia, Urso)
In realtà questo scenario pare essere troppo conservativo in favore di Berlusconi, dal momento che prevedere il rientro di così tanti voti da FLI sembra esagerato, mentre in casa PdL e PT vi sono diversi mal di pancia che potrebbero compromettere l'unità di questi gruppi parlamentari.
Uno scenario comunque cautelativo, di equilibrio estremo, che provocherebbe la caduta del Governo per un solo voto (o per tre voti in caso di partecipazione attiva dei deputati trentini).
In tutto questo, dove il risultato si gioca sul filo del singolo voto, la goccia che potrebbe far traboccare il vaso è proprio il passaggio di Gabriella Carlucci dal PdL all'UdC, che sposterebbe un ulteriore voto, forse quello risolutivo, dalla maggioranza all'opposizione.
D'altro canto, non sono un mistero le trattative di Berlusconi con la delegazione radicale in Parlamento, un pacchetto di ben sei voti che potrebbe ribaltare le sorti della votazione: pur eletti nelle fila del PD, i militanti del partito di Marco Pannella non hanno mai fatto mistero di flirtare politicamente con il Presidente del Consiglio, ed il loro atteggiamento nelle ultime votazioni lascia pensare che Berlusconi possa avere proprio in loro la sua arma segreta.

Quel che è certo è che la maggioranza assomiglia sempre di più a quella che Prodi aveva in Senato nella scorsa legislatura: un Governo numerico con poche possibilità di governare davvero, appeso ai ricatti dei cani sciolti e alle prebende distribuite dal Presidente del Consiglio in forma di rimpasti e incarichi ministeriali, un Governo sonoramente bocciato per il proprio immobilismo dai mercati e dalle istituzioni internazionali.
Il contrappasso rispetto alle promesse del "governo del fare" suona quantomai doloroso.

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