martedì 4 settembre 2012

Grillo tra Orwell e Berlusconi

Giuseppe Piero Grillo

Che il blog di Grillo salga spesso alla ribalta a causa dei suoi contenuti provocatori e delle sue affermazioni spesso volutamente iperboliche non è certamente una novità, ma con l'intervento del 2 settembre il comico genovese pare aver oltrepassato una linea di demarcazione importante nel suo percorso di progressiva politicizzazione, nel senso più completo - e per certi aspetti deteriore - del termine.
Il post sul blog si intitola "I Due Minuti d'Odio", e in massima parte riprende e parafrasa un celebre passaggio del 1984 orwelliano: i Two Minutes Hates, un periodo giornaliero in cui i membri del Partito, in Oceania, devono guardare un film che mostra i nemici della società - Goldstein ed i suoi seguaci - ed esprimere il loro odio verso di loro.
Grillo rielabora il passaggio dei Two Minutes Hate assegnando a sé stesso e al MoVimento 5 Stelle il ruolo di Goldstein, arrivando, nella chiosa conclusiva del suo intervento, a temere una vera e propria istigazione a delinquere finalizzata alla sua eliminazione:
E dopo? Cosa verrà dopo? Dal tiro al bersaglio metaforico, si passerà a quello reale? L'informazione sta sconfinando in molti casi in istigazione a delinquere come avvenne negli anni di piombo.
Sicuramente è legittimo per Grillo vedere sé stesso ed il MoVimento che rappresenta nel ruolo degli eroici avversari di un sistema oppressivo e autoreferenziale, anche se già in questo si coglie un certo passaggio di visione dalla semplice pars destruens verso "gli altri" alla celebrazione del "noi", ma ciò che stupisce è in qualche modo la conclusione del messaggio, il sentirsi direttamente minacciato come persona.

L'intervento di Grillo, malgrado alcune opinioni emerse su Il Fatto Quotidiano che vedrebbero il post come una sorta di sfogo del comico genovese, è sicuramente ben congegnato e ha una forte valenza propagandistica e in ultima analisi elettorale, ma nella sua metaforica violenza, quella evocata e quella verbale del messaggio, mette in mostra senza più coperture alcuni dei punti più controversi del complesso rapporto tra Grillo ed il MoVimento 5 Stelle.
È presente in effetti una vera e propria sovrapposizione tra il partito ed il suo leader e fondatore che, partendo dal passaggio sulla proprietà del simbolo, si snoda nel contenuto del messaggio sfruttando anche l'ardito paragone con Goldstein.
Grillo parte infatti dalla premessa che i media attaccano lui mentre dovrebbero discutere del programma del moVimento 5 Stelle, quindi in qualche modo il tono personalistico del messaggio è giustificato; ciò che lo è forse di meno sono le conseguenze che si traggono dal paragone usato. 1984 è un romanzo terribilmente pessimista, ed il finale non è certamente tra i più lieti, come sintetizza in maniera mirabile la scena del 2+2=5. La scelta di paragonarsi a Goldstein, e quindi di accettare implicitamente il mondo di 1984 come significativa rappresentazione di quello reale, ha due importanti implicazioni: la prima è che Grillo paragona sé stesso - e non il MoVimento - a oppositore della Casta e del pensiero unico; la seconda è che senza di lui ogni tentativo di riforma o rivoluzione è destinato a fallire. Grillo si ripropone quindi come elemento fondante, essenziale e inamovibile del MoVimento 5 Stelle, imponendo una volta di più la propria autorità e lanciando anche un messaggio di avvertimento a quei militanti che tendono a smarcarsi in maniera eccessiva dalla sua figura. Sebbene Grillo sia pronto a considerarsi e presentarsi come nulla più che un veicolo di idee e una figura di aggregazione di cittadini comuni, la scelta di ritagliare per sé stesso - e non per il movimento - la figura di Goldstein è estremamente chiara su quali siano i reali rapporti di forza all'interno del partito.

L'uscita del comico genovese è stata accolta, come era da aspettarsi, come un megalomane tentativo di accaparrarsi pubblicità e spazi mediatici, questo in maniera piuttosto trasversale all'arco politico e giornalistico, con una sola eccezione: Il Fatto Quotidiano. Il giornale di Padellaro e Travaglio, infatti, dedica un paio di articoli alla vicenda (reperibili a questo link e questo link) in cui sostanzialmente si schiera dalla parte del comico, evidenziando "la serie di attacchi durissimi" a cui il comico genovese è stato sottoposto nel corso dell'estate - ma dimenticando le altrettanto dure bordate da lui scagliate verso tutti i politici - e giustificandone in tal modo il ragionamento, anche se in maniera molto nebulosa quando si tratta del passaggio dall'attacco giornalistico e verbale a quello fisico.

Il post apparso sul blog di Grillo, oltre a ispirare riflessioni sul suo ruolo all'interno del MoVimento 5 Stelle, è però anche utile per comprendere l'atteggiamento di politici e giornalisti nei confronti di simili uscite, e smascherare preconcetti e ipocrisie.


Il 18 febbraio 2010 l'allora premier Silvio Berlusconi, come riporta ad esempio un servizio del TGLa7, rilasciava dichiarazioni in cui si definiva sotto assedio, e parlava di una costante minccia di eliminazione politica e fisica.
Seppure con mezzi e toni nettamente differenti - diretto e in qualche modo brutale Berlusconi, ricercato nella scelta della metafora Grillo; in TV Berlusconi, sul web Grillo - il concetto espresso è troppo simile per non far sorgere alcune domande.
Esistono motivi - anche slegati tra loro - per cui Berlusconi prima e Grillo poi dovessero temere per la propria incolumità?
Esistono motivi tali per cui si possa ritenere che uno solo dei due parlasse a ragion veduta?
Sono queste infatti le questioni che inevitabilmente ci si pongono nell'osservare l'atteggiamento da un lato del PdL e dall'altro de Il Fatto Quotidiano. Il partito di Berlusconi si è sempre contraddistinto infatti per una difesa a spada tratta delle affermazioni del proprio leader, mentre Il Fatto Quotidiano si è mostrato uno dei suoi critici più severi e intransigenti. Ora che il soggetto si è spostato da Berlusconi a Grillo i ruoli sono esattamente invertiti, ma non si evidenziano motivazioni che spieghino un simile cambio di logica, se non una simpatica politica a proprio che inficia in qualche modo la validità e l'attendibilità delle dichiarazioni riportate da simili fonti.

L'accostamento tra Berlusconi e Grillo mette in evidenza un ultimo e più importante aspetto del post di quest'ultimo sul suo blog. I principali studi elettorali sulle amministrative degli ultimi due anni hanno mostrato un flusso sempre crescente di elettori di centrodestra che, delusi da Berlusconi e Bossi, si sono rivolti a Grillo e al suo MoVimento 5 Stelle. Già con diverse uscite sui temi della moneta unica e dell'immigrazione il comico genovese aveva mostrato di aver preso atto del radicale mutamento del proprio elettorato, spostandosi su tematiche ed opinioni molto care alla destra italiana. Questo intervento evidenzia come Grillo abbia ripreso un altro tema proprio del berusconismo, ovvero la sindrome di Fort Alamo, la chiamata alle armi contro il fortino assediato, quel senso di minaccia incombente volto a riunire il popolo elettore intorno al leader; uno schema classico che tante volte ha funzionato per Berlusconi e con ogni probabilità funzionerà per un comunicatore ancora più abile di lui.
Ciò che si può dare per certo è il processo evolutivo del MoVimento 5 Stelle, che malgrado il proprio non-statuto e le proprie linee guida si configura sempre di più come una formazione leaderistica e personalistica, erede di quella fetta di elettorato più sensibile al fascino personale e alle doti comunicative di Berlusconi e di Bossi.

venerdì 31 agosto 2012

SDE, verso la casa del futuro

Logo del Solar Decathlon Europe

Mentre si sforbiciano gli incentivi alle fonti rinnovabili - smettendo da un lato di drogare il libero mercato ma dall'altro rinunciando a indirizzare lo sviluppo tecnologico ed energetico del Paese verso le energie alternative ai combustibili fossili - appare quasi una delle classiche contraddizioni all'italiana la partecipazione di una delegazione del nostro Paese alla seconda edizione del Solar Decathlon Europe di Madrid, la cui fase conclusiva avrà luogo dal 14 al 30 di settembre.

Nato nel 2002 sotto l'egida del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, il Solar Decathlon è una sorta di torneo che vede sfidarsi team di ricerca impegnati nella realizzazione di abitazioni al tempo stesso belle e sostenibili, grazie all'utilizzo e allo sfruttamento dell'energia solare. Dopo la prima edizione del 2002, il Solar Decathlon è stato ripetuto nel 2005 e da quella data si tiene regolarmente ogni due anni.
Nel 2007, da una collaborazione tra il governo USA e quello spagnolo, è nato Solar Decathlon Europe, che si ripropone i medesimi obiettivi su scala europea pur essendo comunque aperto a delegazioni di ogni parte del mondo.
La prima edizione si è tenuta nel 2010 e, con la seconda in corso in questo 2012, si andrà a creare un'alternanza con l'edizione americana tale da garantire uno svolgimento generale a livello annuale.

L'edizione del 2010 ha visto partecipare ben diciassette delegazioni provenienti da sette nazioni, e si è conclusa con la vittoria di misura del progetto Lumenhaus del Virginia Polytechnic Institute & State University sul progetto tedesco Ikaros_Bavaria.

Classifica SDE 2010

Specifiche del progetto Lumenhaus

Valutazione del progetto Lumenhaus

Come riportano le schede tecniche del progetto vincitore, si tratta di una competizione estremamente articolata, con valutazioni dettagliate che tengono conto di una molteplicità di fattori destinati a riprodurre il più fedelmente possibile da un lato la vivibilità ed il pregio architettonico della costruzione, e dall'altro la sostenibilità energetica.
Il Solar Decathlon Europe, quindi, si propone l'ambizioso obiettivo di fissare i parametri tecnici e al tempo stesso qualitativi dell'abitabilità sostenibile del futuro, cercando di promuovere e premiare progetti in grado di calare i grandi temi energetici e ambientali nel vivere quotidiano superando quell'insidioso confine che separa il mondo prettamente scientifico e sperimentale da quello del sentire comune.

La ferrea volontà di perseguire un simile obiettivo è evidenziata sin dalla strutturazione della giuria, suddivisa in sei ambiti di valutazione:
  • Architecture
  • Engineering and Construction
  • Energy Efficiency
  • Communication and Social Awareness
  • Industrialization and Market Viability
  • Sustainability
Altrettanto articolata sarà la struttura delle competizioni, allo scopo di coprire il più possibile tutti gli aspetti della qualità della vita quotidiana in una casa del futuro. Saranno dieci, come suggerisce il Decathlon del nome della sfida, le prove che le abitazioni dovranno affrontare:
  • Architecture, competizione a votazione della giuria, basata su design, confort e funzionalità degli spazi
  • Engineering and Construction, competizione a votazione della giuria, che valuterà le capacità costruttive dei vari team
  • Energy Efficiency, competizione a votazione della giuria, orientata sulla capacità degli ambienti e delle strutture abitative nella soddisfazione dei bisogni degli abitanti con il minor dispendio possibile di energia
  • Electrical Energy Balance, competizione basata sui parametri tecnici della casa, è incentrata sulle capacità di autosussistenza energetica della casa
  • Comfort Conditions, competizione basata sui parametri tecnici della casa, valuterà la capacità dell'abitazione di mantenere condizioni ambientali all'interno della soglia di vivibilità
  • Functioning of the house, competizione basata sui parametri tecnici della casa, riguarda la possibilità di espletare nella casa le normali attività del vivere quotidiano
  • Communication and Raising Social Awareness, competizione a votazione della giuria, riguarda la capacità del team di pubblicizzaree rendere accattivante il progetto lungo tutte le fasi della realizzazione
  • Industrialization and Market Viability, competizione a votazione della giuria, concerne le possibilità di industrializzazione del progetto
  • Innovation, competizione a votazione della giuria, valuta le soluzioni innovative presenti nei progetti
  • Sustainability, competizione a votazione della giuria, riguarda l'impatto ambientale della casa lungo tutte le fasi di progettazione
La candidatura italiana farà parte di una platea di venti proposte (+18% sul 2010) provenienti da tredici nazioni (+86% sul 2010), Brasile, Cina, Danimarca, Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Spagna, Ungheria, e parteciperà con il progetto MED in Italy, che ruota intorno all'idea di una casa adatta al clima mediterraneo, in grado quindi di sfruttare le peculiarità naturali di tale area per trarre dall'ambiente circostante la propria energia.

Banner del progetto MED in Italy

Il sito del progetto italiano è dotato di un'amplia area progettuale, che mostra l'elevato background scientifico e tecnologico dietro la partecipazione del nostro Paese alla competizione.

Oltre naturalmente al patriottismo che spinge a tifare per MED in Italy, è indubbiamente una buona notizia che il nostro Paese sia in grado di competere ai massimi livelli con le principali potenze mondiali su un tema così sensibile e delicato come quello della sostenibilità energetica e ambientale delle abitazioni.
Per un Paese fortemente importatore di energia, si tratta di un settore chiave dell'intera economia nazionale: che un'équipe sia stata in grado di pensare, progettare e costruire abitazioni di questo genere, tanto più inserite in un contesto in cui la facilità di realizzazione su scala industriale e l'estetica hanno una parte rilevante, è una notizia che non può che far riflettere.
Forse, prima di trivellare le Isole Tremiti per avere qualche kilowattora di energia in più, sarebbe necessario dare maggior spazio a progetti come questo, e consumare parecchi kilwattora in meno...

martedì 28 agosto 2012

Dati AGCom luglio 2012

Logo dell'AGCom

Il mese di luglio, caratterizzato politicamente dai grandi temi della crisi internazionale e dall'acutizzarsi del differenziale tra buoni del tesoro italiani e tedeschi, ha mostrato dal punto di vista televisivo una certa continuità con gli andamenti già individuati nel corso del mese precedente.
Durante il mese, come evidenziano i dati AGCom relativi al periodo in analisi, i telegiornali italiani hanno dedicato alla politica poco meno di 280 ore di informazione, secondo valore per numero di ore da quando, a marzo, sono stati ampliati i canali sottoposti a indagine da parte dell'Autorità. Il dato è pressoché identico a quello fatto registrare a giugno, sebbene si sia passati da un mese post-elettorale ad uno di politica ordinaria; risulta arduo pensare ad una mera sostituzione di argomenti che lasci invariati i totali temporali, mentre guadagna ulteriore credito l'evidenza di un mondo mediatico sempre più staccato rispetto alla realtà del Paese.

Dati AGCom luglio 2012

Prosegue la polarizzazione del tempo televisivo attorno a pochi, selezionati e consueti attori, con un movimento di accentramento che tende a privilegiare le grandi formazioni (PD e PdL) a discapito di tutti gli altri e, nel campo delle istituzioni, il Presidente del Consiglio Mario Monti e il Governo.
Proprio il premier è infatti il principale riferimento televisivo della politica italiana, con il 20% complessivo, seguito a breve distanza dal PdL che con il 19,17% raggiunge il secondo valore da inizio anno e sicuramente un livello in linea con quelli dell'epoca Berlusconi. A debita distanza seguono il Governo, in una tendenza di calo ormai trimestrale, ed il PD, invece in crescita dopo i valori piuttosto bassi dei mesi precedenti.
Tra le altre formazioni spiccano Lega Nord, Italia dei Valori e MoVimento 5 Stelle: tutte le forze di opposizione intransigente al Governo godono di un momento di favore da parte della televisione, mentre SEL al contrario appare in forte calo.
Stabile invece l'UdC.

Dati AGCom luglio 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Esaminando lo spaccato della ripartizione temporale tra istituzioni, maggioranza e opposizione per reti televisive e per mese, si nota per la prima volta nel 2012 un aumento contemporaneo di maggioranza e opposizione, ovvero della componente prettamente politica, rispetto al mese precedente: le istituzioni, al netto del mese di aprile caratterizzato dallo scandalo leghista, toccano il loro minimo annuale.
Che questo avvenga in un periodo segnato dalle incertezze economiche - ovvero proprio il motivo principale della presenza di Monti a Palazzo Chigi - evidenzia il giro di boa in cui si sta trovando la politica italiana, l'attimo di passaggio di testimone verso la campagna elettorale per le elezioni politiche 2013. Sarà interessante capire se e come questa tendenza verrà confermata nei prossimi mesi.

Esaminando i dati suddivisi per testata, si nota come le istituzioni siano state rappresentate principalmente da TG1 e TG5, la maggioranza da Studio Aperto e Rep30TV, mentre l'opposizione ha trovato sponda soprattutto su MTVFlash e TGLa7. Viene confermata la tendenza emersa nel mese precedente riguardante lo spazio relativamente ampio offerto dalle reti di Telecom Italia alla formazione grillina, il MoVimento 5 Stelle.

Dati AGCom luglio 2012 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2012 aggregati per
area politico-culturale

Esaminando invece i dati aggregati per area politica, l'unico dettaglio degno di nota rispetto al mese precedente è il netto ridimensionamento delle componenti extra-partitiche, che consente una crescita di tutte le forze politicamente inquadrate.
In particolare è la destra leghista ad approfittare del fenomeno, con una crescita assoluta del 4% ed una relativa (al netto delle componenti extra-partitiche) comunque superiore al 3%. Saldo positivo anche per il centro moderato di Casini, mentre centrodestra e centrosinistra, pur crescendo in termini generali, sono le aree maggiormente penalizzate dalla redistribuzione del tempo conteggiato sotto la voce "altro".
Il mese presenta comunque solo aggiustamenti di minore entità, lasciando inalterati i rapporti di forza emersi nei mesi precedenti; mediaticamente, quindi, il rodaggio dei motori per la campagna elettorale delle politiche 2013 si è rivelato sostanzialmente uniforme per tutte le aree politiche, senza che qualcuna abbia preso il sopravvento in maniera definita sulle altre.

Osservando i dati ripartiti per telegiornale, RepTV30 e TGCOM24 si confermano i più attenti alle vicende della destra leghista; il centrodestra berlusconiano trova invece massimo spazio su Studio Aperto e TGCOM, mentre il centro moderato su TG2 e TG1. Il centrosinistra ha le sue roccaforti su RepTV30 e Rainews, mentre l'estrema sinistra, da tempo ai margini della vita politica televisiva del Paese, racimola decimi di punto percentuale prevalentemente su TG1 e TG3.

Dati AGCom 2012 aggregati per mese

Erano molte le attese legate all'avvicendamento del consiglio di amministrazione della RAI, ma dal punto di vista della distribuzione temporale si notano effetti realmente minimali, spiegabili con le consuete fluttuazioni di attenzione verso l'una o l'altra parte politica senza che vi sia nulla ad indicare un reale mutamento di rotta dalle politiche mediatiche seguite durante il governo di Berlusconi.
Con ogni probabilità agosto sarà un mese altrettanto interlocutorio, e pertanto bisognerà attendere i dati di settembre per capire se veramente il primo atto di Monti in tema di televisione pubblica sarà in grado di produrre effetti positivi in termini di aderenza alla par condicio.

giovedì 9 agosto 2012

Schwazer, la FIDAL e i media

Alex Schwazer

La notizia della positività all'eritropoietina del marciatore Alex Schwazer, uomo di punta dell'atletica italiana e pressoché unica speranza di medaglia per la nostra compagine olimpica di atletica leggera, ha lasciato via via sconvolto, incredulo, amareggiato e infine arrabbiato un intero Paese, che nell'atleta sudtirolese riponeva le proprie speranze e nella persona nutriva un mix di simpatia e fiducia nato da una condotta sempre limpida, una vita tutto sommato lontana dai riflettori e in generale un aspetto e un savoir faire istintivamente accattivanti.

Nelle violente critiche giunte su Schwazer quando la voce ha trovato le sue conferme nell'ammissione stessa dell'atleta c'è quindi un forte senso di tradimento - forse più delle aspettative di successo che dello spirito sportivo - che tende a veicolare il giudizio dell'opinione pubblica in modo forse un po' troppo frettoloso.
Il caso, tuttavia, è molto complesso, presenta radici profonde sia psicologiche sia sportive e persino sociali, e sarebbe ingiusto liquidare il tutto al disegno antisportivo e criminale di un singolo o di un ristretto gruppo di persone.
Riaffiora nei differenti approcci al caso Schwazer, in maniera solo apparentemente singolare, la dicotomia destra-sinistra, fornendo un primo spunto di analisi sociale della vicenda. Chi predilige un approccio "di destra", infatti, evidenzia le responsabilità individuali dell'atleta e la libera scelta da questi compiuta di avvalersi di sostanze dopanti; chi invece si pone alla questione "da sinistra" tende a far risaltare le responsabilità del contorno, dell'ambiente circostante in cui si è trovata immersa la persona. Inutile dire che la prima visione, in genere, tende a esprimere condanne, la seconda, al contrario, attenuanti.

Una corretta analisi dei fatti, tuttavia, non può prescindere dall'uno e dall'altro aspetto, ed il peso delle due componenti non può che essere valutato in relazione al caso specifico, evitando partigianerie e preconcetti di fondo.
Lo stesso Schwazer, in data 8 agosto, ha convocato una conferenza stampa all'hotel Sheraton Four Points di Bolzano e in un'ora si è offerto alle domande dei media, aprendosi ai cronisti e indirettamente a tutto il Paese in una maniera forse fino a quel momento sconosciuta nel mondo sportivo e del doping, fatto di atleti pronti a negare le proprie responsabilità fino - e oltre - all'indifendibile.



Dalle parole di Schwazer e dall'inchiesta ufficiale è stato possibile ricostruire non solo la cronologia degli eventi, ma anche - seppure quanto affermato dall'atleta debba ora passare al vaglio degli inquirenti - le persone coinvolte e le motivazioni del marciatore altoatesino, svelando un quadro di solitudine e fragilità che non può non indurre a riflessioni sul ruolo e sull'operato delle società di atletica nel Paese e più ancora della federazione nazionale di atletica leggera.

Dopo i controlli di routine di metà luglio, Schwazer ha affermato di aver iniziato a prendere l'EPO, prima di essere smascherato da un controllo a sorpresa indetto dalla WADA il 30 luglio, nell'ambito dell'inchiesta aperta dalla procura di Padova sul controverso medico Ferrari, già coinvolto nello scandalo doping di Lance Armstrong.
A seguito dell'ammissione del marciatore altoatesino il CONI ha provveduto a prendere repentinamente le distanze dall'atleta, secondo le parole di Petrucci "meglio una medaglia in meno che una medaglia dopata", parole senza alcun dubbio condivisibili ma un po' vuote se si pensa al ruolo nullo avuto dallo sport italiano nella prevenzione del caso di doping di Schwazer, al fatto che l'irregolarità fosse emersa a seguito di un controllo internazionale e non interno e infine all'assenza di alternative valide per il CONI se non cacciarsi in un vicolo cieco difendendo l'indifendibile.
Nel corso della sua conferenza stampa Schwazer ricostruisce un quadro complesso, mettendosi in qualche modo a nudo dinanzi alle telecamere e fornendo un quadro che, seppure incompleto e a volte contradditorio tanto nella ricostruzione degli eventi quanto nell'introspezione psicologica.
Secondo la ricostruzione dell'atleta, Schwazer avrebbe comprato l'EPO da solo, ordinandola via internet e recandosi in Turchia per acquistarla, diverso tempo prima di farne uso. Non sembra, quindi, essere stato un gesto istintivo e impulsivo, quanto piuttosto un procedere meditato, anche se indubbiamente molto sofferto.
Schwazer ammette anche i legami con il chiacchieratissimo dottor Ferrari, sostenendo però di essersi recato da lui unicamente per il suo ruolo di preparatore atletico per le corse di endurance e non per procurarsi l'EPO. Si tratta di un'affermazione che lascia in effetti scettici, in quanto la nomea di Ferrari rende difficile credere che un atleta possa contattarlo per un ruolo da semplice preparatore atletico, e che sembra che il controllo a sorpresa della WADA sia stato spinto proprio dalle frequentazioni di Schwazer con il dottore.

L'atleta non si sottrae tuttavia nemmeno alle difficilissime domande sul perché abbia scelto di intraprendere una simile strada, disegnando un quadro ricco di inquietudini e di ombre che non può che stupire e far riflettere il telespettatore e lo sportivo medio, e apre finestre interessanti sul mondo dell'atletica italiana; non è da trascurare il fatto che Schwazer sia riuscito - pur in un clima molto pacato, in cui sapeva di essere lui il primo e principale colpevole - a indirizzare alcune serie stoccate tanto al mondo della federazione quanto ai media, che dovrebbero essere seriamente prese in considerazione e che dovrebbero far riflettere il mondo dello sport italiano per le possibili implicazioni.
Schwazer svela un rapporto conflittuale con la marcia, ha rivelato di essere arrivato a odiare il suo sport e di approcciarsi con difficoltà agli allenamenti, dimostrando quasi il passaggio in un periodo di depressione, sebbene dal punto di vista sportivo i risultati da Pechino in poi non siano stati poi così negativi.
Al tempo stesso ha mostrato una profonda fragilità psicologica in termini di resistenza alla pressione dei media, una pressione che se da un lato si fa sentire in momenti piuttosto rari solo in occasione degli appuntamenti più importanti, è dall'altro molto intensa in simili momenti, e soprattutto senza alcuna pietà in caso di fallimmento - inteso come mancato piazzamento - in tali appuntamenti. Fallimento inteso sia come l'arrivare alle gare importanti in pessimo stato di forma, ma anche il ritiro per infortuni, malattie, i mille contrattempi che possono mandare a monte una gara e che il grande pubblico difficilmente potrebbe capire, preso com'è dalla crudele semplificazione del risultato e della medaglia. Molto emblematico il passaggio, a questo proposito, in cui una giornalista afferma che un atleta con la carriera di Schwazer avrebbe anche potuto arrivare decimo a Londra, ed il marciatore, molto lucidamente, risponde, "Lei crede?"
L'esempio del flop del nuoto italiano e della pioggia di critiche piovuta soprattutto su Federica Pellegrini è in effetti il simbolo del cinismo con cui l'informazione italiana tratta i cosiddetti sport minori, dimenticati fino a mondiali, europei o olimpiadi... ma in quel momento la conquista della medaglia diventa l'obiettivo minimo, sotto al quale si parla di fallimento. Una situazione difficile da sopportare per chiunque, ed evidentemente per Schwazer più di altri.
Uno sport che è arrivato ad odiare ma nel quale aveva bisogno di eccellere: quale strada migliore a questo punto del doping? Schwazer, sollecitato dai giornalisti, ha anche parlato di come è arrivato a contattare Ferrari a causa dell'assenza di alternative valide. Un duro colpo per la federazione di atletica, tacciata di non avere allenatori degni di questo nome nella specialità in cui schiera il suo atleta di punta, che si accontenta di raccogliere quanto le società sportive, soprattutto militari, riescono a seminare, che lascia agli atleti l'onere di trovarsi allenatori, preparatori e medici, che ha dimostrato di essere completamente ignara della condizione psicofisica dell'atleta su cui più di ogni altro puntava in questo appuntamento olimpico.

Alex Schwazer è il primo e principale responsabile della sua scelta di darsi al doping, e per questa sua decisione dovrà pagare le giuste sanzioni in termini di giustizia sportiva e di rapporto con il pubblico. Tuttavia limitarsi a questo ragionamento significa guardare una sola faccia della medaglia, e bisogna invece esaminare ogni aspetto della questione: quanto è stato lasciato solo Schwazer? In che modo l'Italia ha curato e difeso questo atleta - chiamiamolo anche investimento in termini di popolarità e risultati - nel momento del bisogno?
La domanda di fondo è la seguente: se Alex Schwazer fosse stato seguito da un team adeguato, si sarebbe rivolto al doping? Probabilmmente no. Come il marciatore dovrà ora iniziare una nuova vita - possibilmente lontano dai riflettori - la federazione di atletica ha il preciso dovere di prendere atto delle proprie gravissime mancanze e adoperarsi affinché, tramite strutture e personale adeguato, casi del genere non possano ripetersi.
Né si può dire che i media siano esenti da responsabilità: essere atleti significa combattere tensioni e pressioni intensissime sui campi di gara, in special modo per quegli sport che hanno già poca visibilità e per i quali la gratificazione del pubblico si manifesta una volta all'anno o poco più; aggiungere a tutto questo vere e proprie campagne denigratorie in occasione di prestazioni al di sotto delle aspettative, oppure imbastire sequenze di articoli sull'"ultima speranza" dell'atletica caricando ulteriormente di aspettative persone già provate, forse farà vendere di più, ma rischia di distruggere una psiche di per sé fragile. E in una nazione in cui i bravi sportivi sono luminose eccezioni all'interno di un sistema inefficiente, non se ne sente proprio il bisogno.

venerdì 3 agosto 2012

Equilibri politici e corsa allo spazio

Il Curiosity

Dopo i grandi fasti degli anni '50 e '60, la corsa allo spazio è progressivamente uscita dalle priorità dell'umanità, per una serie di fattori concomitanti che passano dalla fine della Guerra Fredda negli anni '90 all'attuale crisi economica che vincola gli Stati a politiche particolarmente parsimoniose.
Eppure la ricerca di nuovi habitat è sempre stata una costante della storia dell'uomo, e per quanto le ricerche di stili di vita all'insegna della sostenibilità siano diventate a loro volta una necessità impellente della vita moderna, la finitezza delle riserve del pianeta unita al continuo incremento della popolazione mondiale rende necessaria una ricerca di ambienti vitali più estesi di quelli conosciuti, ed è innegabile che la reale frontiera in termini di spazio e risorse - relegando alla fantascienza le profondità della Terra e gli abissi marini - sia lo spazio.

In un periodo in cui a fare notizia paiono più che altro essere i record delle indomabili sonde del Programma Voyager, in grado di regalare incredibili informazioni sullo spazio immediatamente oltre i confini del sistema solare, torna invece alla ribalta l'esplorazione di Marte, il Pianeta Rosso, nell'ambito della missione Mars Science Laboratory: la sonda arriverà infatti sulla superficie marziana il 6 agosto 2012, per la precisione nel Cratere Gale, e da lì partirà l'esplorazione del rover, già battezzato Curiosity.
Si tratta della più ambiziosa delle missioni di esplorazione del Pianeta Rosso finora effettuate, considerati sia le dimensioni del veicolo (tre volte più pesante e due volte più largo dei precedenti Spirit e Pathfinder), sia la strumentazione scientifica a bordo: tre telecamere, una dedicata alla fase dell'atterraggio, una per le immagini microscopiche ed una spettrografica, un vaporizzatore di rocce con analizzatore di spettro, un analizzatore PIXE, un analizzatore di minerali, uno di gas, un rivelatore di idrogeno e diversi strumenti metereologici sono infatti gli organi di senso di Curiosity, il cui scopo principale riguarda proprio stabilire con certezza le condizioni di abitabilità di Marte, passata e presente, in funzione diretta di una valutazione di sostenibilità di una missione umana sul pianeta.
Le sessioni di esperimenti dedicate alla metereologia marziana e al ciclo dell'acqua e dell'anidride carbonica hanno infatti un nesso veramente immediato con la possibilità di installazioni umane sul pianeta.

Sebbene tutte le missioni spaziali orientate a Marte sotto l'egida del Mars Exploration Program siano in realtà parte di un unicum il cui fine ideale è la colonizzazione umana del pianeta, è forse la prima volta che viene calcato così tanto l'accento sugli studi di fattibilità di una spedizione umana: il programma spaziale dedicato al quarto pianeta del sistema solare sta quindi oltrepassando la fase di mero studio per entrare nell'ottica di un approccio più concreto e tangibile.

Tornando a parlare di conquista umana dello spazio, tuttavia, è impossibile non tenere in conto le necessarie valutazioni politiche del processo, valutazioni che devono necessariamente tenere conto tanto degli attuali equilibri geopolitici quanto delle proiezioni future sull'evoluzione sociale della popolazione umana nel tempo che ancora ci separa da un reale utilizzo delle risorse marziane.
In effetti, parlare di sfruttamento più e prima che di colonizzazione è corretto, in quanto è semplice ipotizzare che, ben prima che una porzione sufficiente del pianeta possa essere resa abitabile per l'uomo, vi saranno missioni, in toto o parzialmente robotizzate, a scopo estrattivo e minerario. Se da un lato questo può far scemare l'entusiasmo dei sognatori più romantici, dall'altro avvicina sensibilmente il momento in cui la fantascienza si potrà trasformare in realtà, costringendo al tempo stesso gli Stati a fare i conti con un radicale mutamento degli scenari commerciali e conseguentemente dei rispettivi rapporti di forza.

Il predominio politico del futuro passa naturalmente dal predominio tecnologico nel presente, e parlare di predominio pur in una situazione di sostanziale pace e stabilità mondiale non è errato se si pensa che già il mondo attuale si basa su rapporti di forza che pur non sfociando apertamente in conflitti armati sono in tutto e per tutto delle guerre.
In assenza di una governance mondiale in grado di regolare e redistribuire eventuali risorse extra-planetarie, solo chi sarà in grado di aprire, mantenere e rendere economicamente appetibili le vie di approvigionamento sarà in grado di regolare l'afflusso e l'immissione di nuove risorse sui mercati mondiali, candidandosi automaticamente, considerata l'entità delle cifre in gioco, come nuovo o rinnovato leader del pianeta.

Gli Stati Uniti, in questo senso, sono sicuramente all'avanguardia, potendo contare su una tradizione di esplorazione spaziale estremamente solida e possedendo - attraverso la NASA - la leadership fattuale su pressoché ogni missione spaziale.
La Russia, dal canto suo, può contare su un background ancora più solido di quello statunitense, ma la dissoluzione dell'Unione Sovietica ed il relativo caos del periodo successivo hanno drasticamente ridimensionato le credenziali russe nella corsa allo spazio, in questo momento relegando l'ex-colosso di Mosca a ruoli piuttosto marginali e di supporto. Non è tuttavia da escludersi un ritorno sulla scena in grande stile: la Russia è un paese in ripresa, in una fase di relativa espansione interna, ed il ritardo rispetto ad altre potenze emergenti può essere facilmente colmato grazie al vasto know-how retaggio dell'epoca comunista.
Spostando lo sguardo proprio verso i Paesi emergenti, Cina in primis ma anche India e Brasile, si nota in effetti un certo gap rispetto agli USA di fatto maggiore di quanto i tassi di crescita e sviluppo interni lascerebbero intuire. Da un lato, naturalmente, la posizione consolidata degli Stati Uniti al vertice del mondo tecnologico tende di per sé a smorzare - in termini di brevetti già occupati, per fare un esempio - qualsiasi tentativo di colmare il divario; dall'altro, ed è forse un fattore più importante ancora, lo sviluppo interno di questi Stati assorbe le loro energie ad un punto tale da rendere per il momento semplicemente poco interessante una corsa allo spazio in piena regola. In particolare è la Cina che pare aver preso una strada completamente differente di controllo delle risorse, una strada forse più rapida - l'acquisizione di sterminate distese in Africa colme di ricchezze naturali, il controllo di vie commerciali di mare e di terra - ma che potrebbe a lungo termie rivelarsi non altrettanto lungimirante.
E l'Europa? Attraverso l'ESA, il nostro continente è sicuramente in primo piano dal punto di vista scientifico, e anche da quello tecnologico l'apporto offerto dagli Stati Europei è sicuramente di primissimo livello. Ciò che tuttavia manca all'Europa, la grande mancanza della UE in grado di riflettersi persino su questo ambito all'apparenza così marginale, è una governance in grado di offrire stabilità e prospettive a lungo termine in una corsa allo spazio con tutti i crismi. L'alleanza, pur naturale, con la NASA pone l'Europa in una sorta di sudditanza - reale e psicologica - che la relega ad un semplice ruolo di spalla, di appendice della superpotenza d'oltreatlantico, incapace di portare avanti un proprio programma, di quell'organizzazione e di quella lungimiranza necessarie per presentarsi come concorrente credibile e accreditato.

Il futuro del pianeta non si gioca solo nel board della BCE o nella manipolazione dello spread: a medio e lungo termine l'apertura di vie di approvigionamento extraplanetarie - di cui le risorse minerarie marziane sono solo l'esempio più concreto, ma a cui si potrebbero aggiungere in futuro l'acqua dolce estratta dalle comete o l'energia solare convertita in elettricità direttamente nell'orbita terrestre - costituirà una vera e propria cesura nella storia stessa dell'uomo. Riuscirà la vecchia Europa a trovare quell'unità di intenti necessaria a vivere quel momento decisivo da protagonista?

martedì 31 luglio 2012

Friuli, la marcia verso le regionali

Renzo Tondo (PdL) e Debora Serracchiani (PD)

Da qui alla primavera del 2013 si preannuncia una serie di elezioni particolarmente ricca ed importante in Italia, con una serie di appuntamenti dall'alto valore tanto operativo quanto simbolico.
Giungono infatti a naturale scadenza della legislatura, oltre al Parlamento che dovrà essere rinnovato con le elezioni politiche, anche tre delle cinque regioni autonome del Paese, ovvero Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, oltre al Comune di Roma. A queste si deve aggiungere la Sicilia, che con le dimissioni del Presidente Raffaele Lombardo subirà l'ordalia delle elezioni anticipate.

Il rinnovo di così tante amministrazioni - alcune delle quali vere icone politiche al di là del peso effettivo in termini di PIL o di numero di abitanti - sicuramente muterà ancora una volta gli equilibri istituzionali e politici del Paese, fornendo una netta spinta o un serio ostacolo di legittimazione mediatica all'esecutivo che si insedierà dopo le prossime elezioni politiche.

Il rinnovo dell'amministrazione regionale del Friuli-Venezia Giulia è senza alcun dubbio uno degli appuntamenti più interessanti della prossima tornata elettorale, tanto per l'importanza della regione nelle dinamiche dell'annosa "questione settentrionale" quanto perché, dopo un lungo tira e molla, costituirà la prova del fuoco per una delle promesse della politica italiana, la PD Debora Serracchiani.

Il Friuli-Venezia Giulia è sempre stato una regione governata dalla DC nel corso della Prima Repubblica, per poi virare violentemente a destra nel passaggio alla Seconda: fu la prima regione italiana ad eleggere come Presidente un esponente della Lega Nord, e salvo la brevissima parentesi di Travanut nel 1994, il centrodestra governò ininterrottamente la regione fino al 2003, quando l'imprenditore Riccardo Illy, indipendente sostenuto dal centrosinistra, riuscì con un risultato storico a far cambiare bandiera alla regione.
Nel 2008, anche sfruttando il momento nazionale favorevole al centrodestra, la coalizione conservatrice ritornava al potere, chiudendo la breve parentesi di governo progressista nella regione.

Le elezioni del 2013, considerato l'attuale quadro politico, rischiano di segnare un nuovo ribaltone nella politica regionale, riportando al governo il centrosinistra; la relativa perdita di compattezza delle coalizioni tradizionali legata al tramonto di Silvio Berlusconi, unita al progressivo affermarsi del MoVimento 5 Stelle, rischia di rendere queste elezioni più incerte e combattute di quanto si potrebbe intendere ad un'analisi superficiale.

In area centrodestra appare scontata la ricandidatura di Tondo; il vero interrogativo, in questo campo, riguarda piuttosto i confini della coalizione che si schiererà a supporto del Presidente uscente. Nel corso delle elezioni amministrative 2012 la città friulana di Gorizia fu l'unico caso - tra i centri abitati di grosse dimensioni - in cui venne mantenuta in vita l'alleanza tra PdL e Lega; vi sono ad oggi buone probabilità che Tondo riesca a garantirsi l'appoggio dei due principali partiti di centrodestra, assieme ad una o più liste civiche.
Ben più complessa è invece la posizione dell'UdC: se a livello nazionale infatti il partito di Pierferdinando Casini ha sempre cercato di mostrarsi indipendente e distante dalle due coalizioni principali, a livello locale si è invece contraddistinto per una politica dei due forni piuttosto cinica, alleandosi di volta in volta con centrodestra e centrosinistra più in funzione delle possibilità di vittoria alle urne che di reali affinità programmatiche. Non è quindi dato sapere quali saranno le azioni dei centristi, ma secondo diversi rumors vi sono discrete probabilità di un appoggio al centrodestra di Tondo.

Spostando lo sguardo sul centrosinistra, gli interrogativi si spostano dal perimetro dell'alleanza alle candidature.
Fino a non molti giorni or sono le voci più accreditate vedevano uno scontro alle primarie tra Sergio Bolzonello, l'ex-sindaco di Pordenone e battitore libero dell'ala moderata del PD, e Furio Honsell, ex-rettore dell'Università di Udine e ora sindaco della città, noto anche per la sua partecipazione al programma Che tempo che fa come ospite fisso di Fabio Fazio.
A sparigliare le carte è giunta tuttavia l'europarlamentare Debora Serracchiani, considerata una delle promesse del PD e impegnata con Civati nel progetto di rinnovamento del partito e del Paese "Prossima Italia". Catapultata alla notorietà a seguito di una serie di domande scomode rivolte all'allora segretario democratico Franceschini, la Serracchiani ha sfruttato al meglio la propria posizione ottenendo risultati eccezionali alle elezioni europee 2009 (dove in regione superò il numero di preferenze dello stesso Berlusconi), che le valsero l'elezione a Strasburgo.
Debora Serracchiani ha quindi affermato di voler correre per il posto di Presidente della regione, rinunciando ad un posto in Parlamento e - perché no - nel Governo, e con le sue parole è riuscita in qualche modo a sedare gli animi nel PD, unendolo intorno alla sua candidatura. Sembra infatti piuttosto improbabile che altri esponenti democratici decidano di mettersi in gioco contro un candidato così favorito e in buon fine apprezzato dall'elettorato, per di più tenendo conto del fatto che il termine per la presentazione delle candidature scade il 9 agosto. Resta la possibilità di primarie di coalizione: SEL e IdV hanno in passato mostrato di sostenere la candidatura di Honsell, ma quest'ultimo aveva già dichiarato una linea di desistenza in caso di candidatura unitaria della Serracchiani.
Grazie alla mossa della giovane democratica, quindi, il centrosinistra potrebbe aver trovato con largo anticipo sull'appuntamento elettorale un discreto equilibrio a livello di candidature, che potrebbe fornire alla coalizione quella tranquillità necessaria per gestire una campagna elettorale che non vede, per una volta, i progressisti sconfitti in partenza.

A rendere completamente imprevedibili queste elezioni saranno le terze forze, tra cui naturalmente spicca il MoVimento 5 Stelle. Nel 2011, a Trieste, i grillini ottennero un risultato piuttosto lusinghiero, mostrando come l'estremo nord-est del Paese sia un terreno fertile per questa giovane formazione. Considerate le fonti di voto di questa formazione, sarà essenziale saper leggere la tenuta della Lega Nord e quanto la figura di Debora Serracchiani apparirà appetibile - inteso come alternativa ai vertici di partito - presso l'elettorato di centrosinistra per comprendere quanto il MoVimento 5 Stelle riuscirà ad essere competitivo nelle regionali 2013.

Pur se annegate in una miriade di appuntamenti elettorali forse più rilevanti dal punto di vista prettamente numerico, le elezioni regionali friulane conservano un innegabile fascino e costituiscono un valido indicatore tanto per il centrodestra, che dovrà sperimentare la propria tenuta in una regione-feudo, quanto per il centrosinistra, che vedrà finalmente messa alla prova un'esponente della cosiddetta "generazione dei rottamatori".

venerdì 27 luglio 2012

Capitan Harlock, la censura e Berlusconi

Capitan Harlock

Una delle critiche più feroci rivolte al berlusconismo inteso come sistema di potere e propaganda della II Repubblica riguarda sicuramente l'utilizzo della televisione come strumento di controllo delle masse.
È in effetti innegabile, come evidenziano anche le serie storiche dei dati AGCom sul pluralismo televisivo, che Berlusconi sia riuscito a trasformare le tre reti Mediaset nel kernel della diffusione del proprio messaggio politico, condizionando in maniera anche pesante l'opinione pubblica pro o contro determinate posizioni.

Quasi per reazione dinanzi all'evidenza e alla portata di un simile fenomeno diventa quasi un obbligo guardare alla televisione del passato come ad una sorta di Eldorado, un luogo ed un momento mitizzato fatto di libertà e professionalità.
In realtà l'utilizzo politico di questo controverso mass media non è un'invenzione del berlusconismo, e uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno si verificò alla fine degli anni '70 e all'inizio degli anni '80 con l'invasione, sugli schermi televisivi del Bel Paese, degli anime giapponesi.

I primi anime ad essere trasmessi in Italia, se si escludono alcuni lungometraggi, furono Barbapapà nel 1976, Vicky il Vichingo nel 1977, Heidi e Atlas UFO Robot nel 1978. A questi precursori seguirono oltre un centinaio di serie animate acquistate tanto dalla RAI quanto dalle televisioni commerciali negli anni a cavallo tra i '70 e gli '80, quando una crescente campagna contro i cartoni animati giapponesi provocò uno stop alle tramissioni di nuove serie fino alla seconda metà degli anni '90.
Un mondo nettamente diverso dall'attuale: un mondo dove non erano ancora stati approvati i decreti Berlusconi (Decreto Legge 694/1984, Decreto Legge 807/2984, Decreto Legge 223/1985) o la Legge 223/1990 (Legge Mammì), un mondo che usciva dalle contestazioni giovanili del 1977, dove lo Statuto dei Lavoratori era una novità, Mediaset non esisteva ancora come la conosciamo, imperversava il terrorismo di destra e di sinistra e la RAI, dopo la riforma del '75, era rigidamente spartita tra DC, PSI e PCI; un mondo, in sostanza, così diverso nella forma ma così simile nella sostanza a quello attuale.
La comprensione e la contestualizzazione degli scenari politici dell'epoca è fondamentale per cogliere appieno le cause e gli effetti di uno degli strumenti più vergognosi della televisione, la censura, applicato ad un medium che ben pochi legherebbero alla politica, ovvero gli anime. In effetti, buona parte delle operazioni di censura operate dalla televisione italiane sui cartoni animati sono state legate al sesso e alle scene di nudo, basti pensare ai casi di Kmagure Orange Road oppure Sailor Moon; in diversi casi, tuttavia, la matrice della censura fu espressamente di natura politica, e proprio tali casi possono offrire un'importante testimonianza storica dell'uso della televisione come strumento di controllo del pensiero in epoca pre-berlusconiana.
Dopo le prime serie animate giapponesi prettamente dedicate ad un pubblico pre-adolescenziale (kodomo), sostanzialmente innocue, i canali RAI ed in particolare RAI 2 iniziarono tuttavia a interessarsi a serie più adatte ad un pubblico più maturo; tra queste, apparvero ad esempio Lupin III e Capitan Harlock nel corso del 1979, serie considerate da subito molto problematiche perché i loro protagonisti erano uomini che vivevano ai borsi della legge, se non in aperta opposizione. In particolare fu la seconda di queste due serie a subire i tagli più pesanti, tagli che l'edizione integrale della Yamato consente di apprezzare appieno, in quanto non ridoppiati ma lasciati in lingua originale sottotitolata in italiano.




Nell'anno 2977, gli abitanti della Terra, unificati sotto un governo mondiale, trascorrevano i loro giorni nell'apatia. Solo pochi uomini avevano scelto la bandiera della libertà, e sfidando le nuove frontiere dell'avventura erano salpati verso l'immensità, diventando pirati dello spazio. Ma a due milioni di anni luce dalla Terra, un'immensa carovana di astronavi si sta muovendo alla ricerca di un nuovo spazio vitale per la razza mazoniana, che in un tempo ormai remoto discese sulla Terra, ed ora è pronta a rivendicare ciò che ritiene la propria seconda patria. E quando gli osservatori astronomici iniziano a saltare in aria uno dopo l'altro, il governo non trova di meglio che incolpare un outsider, un pirata, una leggenda: Capitan Harlock.

La semplice presentazione della versione DVD dell'opera lascia intendere appieno gli elementi con cui ci si troverà a che fare nella serie: un governo imbelle, un popolo sopito, un contestatore che lotta per la libertà ai margini della legge e dalla legge anzi ostacolato. Se il ladro Lupin III, pur essendo un criminale, è comunque inserito nel sistema sociale in cui vive, Capitan Harlock è invece un'accusa ed una critica sociale molto pesante contro l'inazione politica e lo smarrimento dei valori, una bandiera dell'impossibilità di abdicare ai propri principi nel nome della semplice convivenza sociale.

Per quanto i sostenitori della censura parlino della protezione degli individui da contenuti pericolosi, è evidente come - e la giustificazione esposta non lo nega - la censura in realtà nasca dal bisogno di prevenire nel popolo il sorgere di determinati pensieri, la presa di coscienza di determinate opinioni.
Agendo retroattivamente, analizzando la censura operata su questo anime, emerge un quadro desolante in cui la partitocrazia italiana al comando della RAI esprime tutta la propria sottile capacità di conservazione del potere attraverso l'epurazione di elementi anche solo lontanamente di critica. Osservando l'entità degli interventi censori, si può letteralmente parlare di una coda di paglia da parte dei politici italiani, evidentemente riconosciutici nell'imbelle classe dirigente che domina la Terra nell'anime.

La produzione RAI ebbe da ridire sull'opera a partire dalla sigla, in particolare per quanto riguarda il verso il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà, in quanto riteneva ricordasse la Xa MAS, la divisione dell'esercito della Repubblica di Salò che al comando di Borghese contrastò assieme ai tedeschi l'avanzata degli alleati sul suolo italiano, ed il cui stemma era proprio un teschio. La sigla andò in onda senza censura e senza modifiche, ma l'opera venne circondata da un'ingiustificata fama di filo-fascismo per diverso tempo.

Sin dall'introduzione del cartone si notano i primi tagli: la Terra di Harlock è un mondo in declino, una civiltà stanca e stemperata, preda di un governo corrotto e non interessato al bene pubblico e in cui la popolazione è tenuta in uno stato di serenità permanente grazie a trasmissioni televisive manipolate. Questa parte, anche se per diversi aspetti è stata riportata fedelmente nella versione italiana, ha subito diverse edulcorazioni; il taglio ha di per sé quasi dell'ironico, considerando che afferma l'esistenza di una manipolazione simile a quella descritta nel cartone...

la scena censurata forse più celebre si trova tuttavia nella 4° puntata dell'anime, e riguarda il momento in cui uno dei personaggi principali, Tadashi Dayo, in fuga da una città terrestre dopo aver visto il proprio padre ucciso dagli invasori alieni di turno, aver tentato di avvertire il governo della minaccia ed essersi ritrovato per questo arrestato e condannato, spara ad una bandiera del governo urlando "Tu non sei più la mia bandiera" prima di arruolarsi definitivamente nella compagine di Harlock. L'idea di rinnegare la propria patria per seguire un fuorilegge - non importa quali fossero gli ideali che muovevano tanto la patria quanto il fuorilegge - unita all'oltraggio della distruzione del simbolo patriottico della bandiera era evidentemente insopportabile per la RAI dell'epoca, e nella versione integrale del DVD si assiste quindi ad una lunga scena, oltre una decina di secondi, interamente in lingua giapponese.

Analogamente, le parole di Harlock allo stesso Dayo, "Combatti per ciò in cui credi e non per obbligo" sono state considerate non prudenti da divulgare in un Paese in cui era in corso una vera e propria guerra in corso con le Brigate Rosse, e in cui ancora diverso tempo dopo un Presidente della Repubblica, il DC Cossiga (all'epoca della messa in onda di Harlock Presidente del Consiglio), rifiutò di firmare una legge sull'obiezione di coscienza. Emerge quasi con tristezza in queste operazioni il tentativo dello Stato di estirpare sul nascere sentimenti antipatriottici considerata l'incapacità di garantire la fedeltà dei propri cittadini attraverso una buona politica.

In taluni casi è persino evidente la mano che guidò la censura: il corpo militare al servizio del governo terrestre che da la caccia ad Harlock non brilla certo per efficienza, e spesso è proprio a causa dei soldati che il Consigliere Kirita fallisce nei suoi tentativi di assicurare alla giustizia del pianeta il pirata. In un episodio i soldati sono tutti in licenza, in un altro invece si rifiutano di intervenire perché è l'ora del tè, e alle parole infuriate di Kirita viene risposto "Ma non possiamo andare contro lo statuto dei lavoratori". Nemmeno dieci anni prima il PSI e la triade sindacale (con il nullaosta del PCI) si erano battuti allo strenuo proprio per l'approvazione di una legge che portava il medesimo nome. Vederla sbeffeggiata in questo modo non era evidentemente accettabile, e così la frase si perse nell'edizione italiana.

Poco prima del già citato episodio della bandiera Dayo afferma che il Primo Ministro, interessato soltanto al golf e del tutto inadatto al suo ruolo di guida politica del pianeta, è un codardo; anche questa frase finì nella censura: in un periodo di forti contestazioni sociali evidentemente non era auspicabile lasciar passare un simile messaggio.

Nemmeno la temibilissima Raflesia, regina del pianeta Mazone e nemica dell'umanità, sfugge ai tagli della censura: una donna, sia pure regina, che reprime nel sangue le rivolte del popolo, evidentemente, è un tema troppo forte per la società del periodo.

Il fatto che la serie si rivolgesse ad un pubblico giovane ma comunque più maturo rispetto ad altri anime del periodo, un pubblico che era già sceso in piazza nel '77 o avrebbe potuto farlo di lì a pochi anni ha sicuramente contribuito a calcare la mano dei censori su un'opera dal forte contenuto di denuncia sociale.
Colpisce, in tutto questo, come la censura di matrice politica non avesse colore o partito, ma arrivasse indistintamente da destra, dal centro o da sinistra. La differenza tra conservatori e contestatori di quegli anni risulta quindi più sfumata di quanto le cronache l'abbiano consegnata poi alla storia: non già uno scontro tra difensori dello status quo e "rivoluzionari", ma al contrario una costellazione di gruppi di potere ciascuno dei quali desideroso di difendere i propri totem anche attraverso la manipolazione del pensiero via la censura televisiva.

Berlusconi, senza alcun dubbio, si pone ad un livello nettamente differente di utilizzo politico della televisione. L'analisi storica del mondo televisivo prima del suo avvento, tuttavia, consente di rispondere a chi vede in Berlusconi una semplice anomalia del sistema politico italiano, un fatto transitorio terminato il quale sarà possibile rientrare in uno stato di normalità.
Berlusconi altro non è che il l'ultimo e più visibile frutto di un fertile humus di supina e consapevole accettazione alla manipolazione dell'opinione pubblica, l'evoluzione spinta all'estremo di una cultura, tipicamente italiana, di creazione del consenso fine a sé stesso, di negazione dei problemi sociali, di lassismo politico.
Per sconfiggere tutto quello che la cronaca recente ha battezzato con il nome di berlusconismo non serve - soltanto - andare oltre Berlusconi; ben più importante è consentire a Capitan Harlock, paladino virtuale del libero pensiero, di vincere la sua battaglia contro la censura politica di qualsiasi colore.
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