martedì 2 novembre 2010

E se si tagliasse qualche provincia?

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Puntualmente nei programmi elettorali di qualsiasi coalizione italiana appare alla voce "riduzione sprechi" l'abolizione, o quantomeno la riduzione, delle province, viste come enti sostanzialmente inutili, un grado burocratico e di potere utilizzato per assegnare poltrone agli sconfitti delle competizioni elettorali più importanti.
Da queste premesse sono fioriti nel tempo alcuni luoghi comuni, che vedono il sud più sprecone del nord e la sinistra, in genere più forte nelle competizioni locali rispetto a quelle nazionali, più restia a procedere con l'abolizione delle province rispetto alla destra in quanto maggiormente colpita dalla conseguente perdita di poltrone.

Ma quanto costano le province? Sarebbe auspicabile eliminarle, magarit tutte in una volta? In alternativa, possibile indicizzare le province in modo da capire quali sono quelle eliminabili con minor impatto?
Non esistono calcoli precisi per il l'impatto delle province sui conti pubblici, perché diventa complesso separare i costi endemici degli enti provinciali da quelli che invece si ripercuoterebbero semplicementi sugli altri livelli dell'organizzazione dello Stato. L'unica stima certa, come riporta anche l'Istituto Bruno Leoni, è quella dei costi politici, ovvero i costi per le giunte e per i presidenti, stimabili in circa 135 milioni di euro l'anno (tradotto, circa gli stipendi di 5.500 precari della scuola). L'istituto arriva poi a formulare una stima di risparmio complessiva una tantum, formata cioè anche dagli introiti per l'alienazione degli immobili divenuti inutili, di circa 2 miliardi di euro, e questo senza perdite di posti di lavoro e di servizi.
La dimensione provinciale, inoltre, si rivela spesso inadeguata per affrontare le sfide di un mondo sempre più globalizzato: la sola provincia di Milano potrebbe gestire l'Expo 2015, per esempio? La megalopoli lombarda formata da Milano, Monza, Brescia, Bergamo e Varese, può essere gestita da più enti provinciali in termini di ambiente o viabilità? Le medesime funzioni devono essere svolte ad un livello inferiore, cioè quello dei singoli Comuni, oppure a livello regionale. Oggi le province di fatto espletano in delega alcune delle funzioni di competenza regionale: ebbene, serve una giunta per farlo?

Meglio quindi un'abolizione totale in un colpo solo, oppure una progressiva?
Un'abolizione totale sicuramente apporterebbe vantaggi economici immediati maggiori, e sarebbe forse più praticabile in quanto colpirebbe tutta l'Italia: le forti tradizioni campanilistiche del nostro Paese renderebbero ostico accettare, per esempio, la cancellazione di una provincia ed il mantenimento di quella vicina.
La seconda strada è tuttavia quella più semplice dal punto di vista legislativo, dal momento che abolire l'istituto stesso delle province comporterebbe una revisione costituzionale. Inoltre un processo graduale permetterebbe anche alle forze politiche, spesso ostaggio delle lobby locali, di metabolizzare meglio la progressiva perdita di poltrone.

Resta il nodo della scelta delle province: è infatti chiaro che una simile procedura possa essere effettuata solo sulla base di un criterio numerico ed oggettivo, onde evitare le accuse di parzialità e arbitrarietà che inevitabilmente cadrebbero sulla forza politica che si assumesse l'onere di una simile decisione.
I parametri forse più signigicativi per la misurazione sono la popolazione e la dimensione delle province: tanto maggiori saranno questi valori tanto più l'esistenza della provincia acquista infatti senso. Per arrivare poi ad un coefficiente univoco i due parametri possono essere moltiplicati tra di loro: per entrambi infatti deve valere un rapporto di proporzionalità diretta, ovvero all'aumento del parametro deve aumentare il coefficiente finale; il prodotto è inoltre preferibile alla somma per evitare predominanze di un parametro rispetto all'altro nonché dipendenze dall'unità di misura scelta. I coefficienti ottenuti possono quindi essere messi in relazione percentuale tra di loro, assegnando il 100% al valore più elevato e determinando per gli altri la percentuale di copertura di tale valore.

Cartogramma del coefficiente provinciale

Tabella del
coefficiente provinciale
Le province italiane, classificate secondo il metodo sopra descritto, mostrano un'ampia variabilità in termini di coefficiente calcolato, con Roma che ottiene un valore oltre 430 volte quello di Trieste.
Ben 29 province ottengono un coefficiente percentuale inferiore al 2%, ovvero una differenza con la provincia di Roma superiore a 50 volte: il 2% è un parametro arbitrario, ma costituisce una soglia comunque significativa per la definizione di ente "inutile".
Ben quattordici province appartenenti a questa categoria si trovano al nord, sette sono al centro ed otto al sud.


Le regioni più ricche di province "inutili" risultano essere la Toscana ed il Piemonte.
In termini amministrativi, infine, si evidenzia la seguente ripartizione: 2 province sono governate dalla Lega Nord; 15 province sono governate dal Partito Democratico; 10 province sono governate dal Popolo della Libertà (di cui una, Vercelli, commissariata); 1 provincia è governata da Sinistra Ecologia e Libertà; 1 provincia è governata dall'Union Valdôtaine.
In generale, quindi, 16 province (55%) sono amministrate dal centrosinistra, 12 (41%) dal centrodestra e una (4%) da una forza locale.

Se dal punto di vista geografico quindi si può dire che il nord del Paese si presenta più frammentato dal punto di vista amministrativo rispetto al centro ed il sud, smentendo almeno in parte il luogo comune che associa al Mezzogiorno le poltrone a ufo, risulta invece confermata almeno in parte la preponderanza del centrosinistra in poltrone che potrebbero essere eliminate.

Ecco quindi, a titolo di esempio, una proposta mirata per la soppressione e l'accorpamento delle provincie a coefficiente minore, in ordine di priorità:
  • accorpamento di Gorizia e Trieste (Friuli Venezia Giulia)
  • accorpamento di Carbonia-Iglesias e Medio Campidano (Sardegna)
  • accorpamento di Pistoia e Prato (Toscana)
  • accorpamento di Ascoli Piceno e Fermo (Marche)
  • accorpamento di Biella e Vercelli (Piemonte)
  • accorpamento di Nuoro e Ogliastra (Sardegna)
  • accorpamento di Imperia e Savona (Liguria)
  • accorpamento di Campobasso e Isernia (Molise)
  • accorpamento di Lecco e Monza e della Brianza (Lombardia)
  • accorpamento di Cremona e Lodi (Lombardia)
  • accorpamento di Lucca e Massa-Carrara (Toscana)
  • accorpamento di Pescara e Teramo (Abruzzo)
  • accorpamento di Caltanissetta ed Enna (Sicilia)
  • accorpamento di Forlì-Cesena e Rimini (Emilia Romagna)
  • accorpamento di Novara e Verbano-Cusio-Ossola (Piemonte)
  • accorpamento di Livorno e Pisa (Toscana)
  • accorpamento di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia (Calabria)
  • accorpamento di Genova e La Spezia (Liguria)
  • accorpamento di Rieti e Viterbo (Lazio)
  • accorpamento di Alessandria e Asti (Piemonte)
  • accorpamento di Padova e Rovigo (Veneto)

Tabella del coefficiente
provinciale nell'ipotesi
di accorpamento

Il risultato? Le province passerebbero a da 110 a 88; la dimensione media delle province passerebbe da circa 2.700 km2 a poco meno di 3.400 km2, la popolazione media passerebbe da circa 550.000 a quasi 700.000 abitanti, il rapporto di coefficienti tra la provincia maggiore e quella minore passerebbe da oltre 430 a meno di 100. Nessuna provincia raggiungerebbe coefficienti superiori a quello di Roma, quindi non si creerebbero enti di dimensioni spropositate né in termini di dimensioni né in termini di abitanti.

I vantaggi sarebbero evidenti, soprattutto in termini di risparmio per l'erario... ma quale politico si prenderebbe mai una simile responsabilità? E quale cittadino livornese accetterebbe Pisa come capoluogo di provincia, o viceversa? E quale astigiano vorrebbe mai essere nella stessa provincia con un alessandrino?

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